“Genova per noi”, testo e significato della canzone di Paolo Conte

Testo e significato di un brano evocativo che descrive perfettamente Genova e i genovesi, che Bruno Lauzi definiva “una città a parte”: una canzone molto amata anche dal poeta genovese per eccellenza Fabrizio De André

Fabrizio De André, che in zeneixe scrisse il suo album capolavoro “Crêuza de Mä”, considerava “Genova per noi” una canzone molto vicina al suo stato d’animo e al suo stile: “Raramente ho sentito descrivere così bene il carattere di noi genovesi, gente strana, randagia, malmostosa e diffidente”.

Eppure “Genova per noi”, portata al successo soprattutto da Bruno Lauzi, genovese doc, è stata scritta da Paolo Conte: astigiano.

Genova per noi, secondo Bruno Lauzi in una esibizione RAI del 1975

La meravigliosa versione live di Paolo Conte al Palazzo Reale di Napoli

Genova per Noi – Il testo

La canzone viene firmata da Paolo Conte nel 1975: il cantautore astigiano era reduce dall’immenso successo di “Azzurro” (affidata a Celentano). E dopo gli anni della produzione più pop e disimpegnata quando ancora faceva l’avvocato più che il cantante, aveva imboccato una svolta cantautorale di grandissimo livello artistico dalla quale sarebbero poi arrivati i suoi capolavori come “Bartali”, “Gelato al Limon”, “Via con me”. Genovese era il suo agente e da Genova arrivavano quasi tutti i suoi musicisti.

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Conte scrive il testo appena arrivato in centro storico dopo un viaggio sotto la pioggia lungo la statale che dal Piemonte scende verso la riviera. Una strada tortuosa e infida: ma a Genova ad accoglierlo dopo le curve c’è un sole che spacca le pietre. La canzone nasce come una lenta ballata sincopata, più una milonga che un blues…

Con quella faccia un po’ così
Quell’espressione un po’ così
Che abbiamo noi prima d’andare a Genova

E ogni volta ci chiediamo
Se quel posto dove andiamo
Non c’inghiotte, e non torniamo più

Eppur parenti siamo in po’
Di quella gente che c’è lì
Che come noi è forse un po’ selvatica ma
La paura che ci fa quel mare scuro
E che si muove anche di notte
Non sta fermo mai

Genova per noi
Che stiamo in fondo alla campagna
E abbiamo il sole in piazza rare volte
E il resto è pioggia che ci bagna
Genova, dicevo, e un’idea come un’altra

Ma quella faccia un po’ così
Quell’espressione un po’ così
Che abbiamo noi

Mentre guardiamo Genova
Ed ogni volta l’annusiamo
E circospetti ci muoviamo
Un po’ randagi ci sentiamo noi

Macaia, scimmia di luce e di follia
Foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia
E intanto, nell’ombra dei loro armadi
Tengono lini, e vecchie lavande

Lasciaci, tornare ai nostri temporali
Genova, ha I giorni tutti uguali

In un’immobile campagna
Con la pioggia che ci bagna
E i gamberoni rossi sono un sogno
E il sole è un lampo giallo al parabrise

Con quella faccia un po’ così
Quell’espressione un po’ così
Che abbiamo noi
Che abbiamo visto Genova

Paolo Conte, Genova per Noi – Il significato del testo

Genova è una città difficile da capire ma ancora di più da spiegare. É ostica, diffidente e molto nascosta. Se non trovi genovesi disposti a fartela conoscere non la apprezzerai mai. Una città che vanta il centro storico più antico del mondo – patrimonio dell’Unesco – e che tra X e XIV secolo dominava il mondo commerciale e marittimo. Al punto da guadagnarsi il nome di Superba. Che le è rimasto incollato anche se la città paradossalmente è stata ‘rovinata’ proprio da un genovese, Cristoforo Colombo, che con la scoperta dell’America spostò l’asse commerciale dal Mediterraneo all’Atlantico.

Da allora Genova ha alternato momenti di grande splendore ad altri di triste declino. Oggi conta poco più di mezzo milione di abitanti: meno della metà di quelli annoverati nel censimento del 1971. A Genova sono nate le banche, le assicurazioni, il calcio italiano (il Genoa, chiamato così dagli inglesi che lo fondarono è il primo club italiano) e da qui è partita la ricostruzione d’Italia con la spedizione dei Mille.

“Genova per noi” esprime quella scostante diffidenza tipica dei genovesi: che parlano spesso al condizionale, sorridono mal volentieri e danno pochissima confidenza. Una delle parole cardine del dialetto genovese è intraducibile: ed è ‘maniman’, l’eventualità negativa. Non fare una cosa, maniman va male. É una parola araba. Nel testo si parla di pioggia e di sole ma soprattutto di quell’espressione “un po’ così” tipica dei genovesi: che rispondono con difficoltà e in poche parole a qualsiasi domanda di chi arriva da fuori, ed è quindi foresto.

Quella diffidenza si scioglie fino a svelare una straordinaria umanità, grande generosità che si esalta nelle tante tragedie vissute dalla città. Ma anche scorci meravigliosi, angoli di grandi ricchezze passate, una cultura cosmopolita e una lingua che trasuda arabo, inglese, francese e portoghese. E che in tanta diffidenza è diventata ‘casa’ per decine di generazioni di marittimi, imprenditori, avventurieri e uomini alla ricerca del loro posto nel mondo.

Le parole chiave del testo

La gente, selvatica, di Genova… comunque accoglie. Come il suo mare, sempre in movimento e un po’ inquietante. Un paio di parole della canzone meritano di essere spiegate: la prima è Macaia, che in realtà si scrive maccaja. Potrebbe arrivare da Muggy Air, inglese, o dall’arabo. É  un clima di foschia densa e spessa con i vapori del mare che invadono la città. I genovesi indicano la maccaja come un’angoscia. Dalla quale tuttavia non riescono a separarsi quasi a esserne dipendenti. Conte la fotografa con una serie di scatti meravigliosi: “Scimmia di luce e di follia… Foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia”.

Altra parola da spiegare è Parabrise: Conte, rende in francese l’idea del sole che accoglie chi arriva a Genova in auto. Un lampo giallo che acceca sul parabrezza: cui chi arriva da Piemonte e Lombardia non è abituato.

Di questo brano esistono moltissime versioni oltre a quella di Conte e di Lauzi: l’hanno cantata tantissimi artisti genovesi, la cui scuola cantautorale è stata probabilmente la più ricca e illustre in Italia, da De André a Baccini, da Ivano Fossati – che collaborò a lungo con Conte – a Gino Paoli fino ad Antonella Ruggiero, straordinaria cantante dei Matia Bazar – anche lei genovese – che la interpretò più volte inserendola nelle tracce del terzo disco del suo cofanetto del 2018 (sei album e 109 canzoni in tutto) “Quando facevo la cantante”.

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