Visto da noi – Non siamo un popolo di escort

editorialegennaio2011Non ci interessa entrare nel merito del Rubygate, la vicenda giudiziaria che sta travolgendo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ad appurare la verità dei fatti dovrà essere la magistratura. Il premier dispone di tutti gli strumenti per difendersi adeguatamente nella sede deputata. Ciò che vale per ogni cittadino italiano vale anche per lui. Proprio come la presunzione di innocenza. Ma ciò che troviamo davvero intollerabile è l’immagine che sembra emergere delle donne, in questo caso – se i giudici dovessero appurare che le accuse mosse al premier sono fondate – vittime compiacenti di una cultura da sultanato che ci fa inorridire.  Pronte a tutto pur di ottenere un vantaggio economico, uno strapuntino, un posto al sole, una promessa di gloria in una Italia dove il sessismo non ha colore, è trasversale a ogni forza politica. Ciò che ci indigna è la distorsione dei rapporti tra uomini e donne, schiacciati in una visione nella quale l’avvenenza fisica diventa l’unico requisito richiesto per stringere nel pugno il successo, per fare politica. Che mette in secondo piano l’intelligenza, il merito, l’impegno, la professionalità, la serietà nel perseguire gli obiettivi. Che ci riproietta – tutte – nel buio fitto della disuguaglianza, in una ubriacatura collettiva di disvalori che se può piacere a qualche uomo che vorrebbe inchiodare nuovamente le donne nell’unico ruolo di oggetti sessuali, ferisce profondamente la nostra dignità. Chi riveste la carica di presidente del Consiglio non può invocare – di fronte a questo – la privacy. Non può ignorare che coloro che hanno incarichi importanti nelle istituzioni hanno una responsabilità enorme nei confronti della collettività se alimentano con comportamenti privati una cultura machista che ci mortifica e calpesta i nostri diritti. Ciò che sembra emergere offende tutte le donne che non hanno mai cercato e non cercano facili scorciatoie, che con grande impegno e fatica ogni giorno coltivano l’aspirazione alla realizzazione professionale e personale senza cedere a compromessi. Ruby, ai nostri occhi, altro non è che una ragazzina deviante che non ha potuto usufruire di una tutela e di una educazione adeguate a spalancarle davanti la vita che dovrebbe essere garantita a ogni donna – e a ogni uomo – del nostro Paese. Una vita fatta di studio, lavoro, affetti, aspirazioni, ricca di valori, ricerca di crescita con la certezza del riconoscimento del merito. Ora è diventata quasi un personaggio cult, gettonata da locali notturni e discoteche come una star. Il simbolo, ancora una volta, della tristissima e desolante parabola di una società che produce devianza o premia il demerito e poi li trasforma in arma di successo e di conquista di ricchezza. Il bombardamento mediatico non aiuta, ci allontana anche dalle vere emergenze da affrontare, a partire dalla disoccupazione in crescita. Non è questo che vogliamo per le nostre figlie. Non è questo che chiediamo al Paese. Non siamo un popolo di escort. Non siamo disposte ad accettare la nostra mercificazione, a permettere che le nostre battaglie vengano spazzate via da un maschilismo che ci paralizza e oscura il nostro reale valore. E chiediamo concrete pari opportunità nell’accesso alle professioni, al lavoro, ai posti di guida e di potere affidandoci alle nostre idee e ai nostri talenti, non al nostro corpo. Sarebbe una enorme opportunità anche per gli uomini camminare al nostro fianco: sarebbe una sfida per affermare tutti insieme piena democrazia e vera meritocrazia. Non pensate anche voi che ne abbiamo davvero bisogno?

21 gennaio 2011

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