50 belle frasi di Oriana Fallaci

Le frasi di Oriana Fallaci. Guerra, amore, vita, donne. Dai suoi libri più famosi e dalle interviste, ecco le sue 50 frasi più belle.

Oriana Fallaci passerà alla storia come una delle più importanti scrittrici italiane. Giornalista, inviata di guerra, ha scritto romanzi memorabili come “Un uomo” e “Lettera a un bambino mai nato”, per poi dedicarsi, negli ultimi anni, a scritti polemici come “La rabbia e l’orgoglio”. E’ da questi testi, ma anche da articoli e interviste, che abbiamo scelto alcune frasi di Oriana Fallaci molto belle e che ancora oggi conservano intatta la sua potenza come scrittrice. Ecco le più belle frasi, citazioni e aforismi di Oriana Fallaci.

Frasi Oriana Fallaci. Le più belle, con immagini.

La libertà è un dovere. Prima che un diritto è un dovere.

Oriana Fallaci

Il coraggio è fatto di paura.

Oriana Fallaci

Chi si rassegna non vive: sopravvive.

Oriana Fallaci

Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione.

Oriana Fallaci

Non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica grazie, lo si fa per principio, per se stessi, per la propria dignità.

Oriana Fallaci

La paura e i soldi, si sa, mettono a tacere il cuore.

Oriana Fallaci

La vita ha quattro sensi: amare, soffrire, lottare e vincere. Chi ama soffre, chi soffre lotta, chi lotta vince. Ama molto, soffri poco, lotta tanto, vinci sempre.

Oriana Fallaci

Specialmente quando si scrive, la solitudine è una gran compagnia.

Oriana Fallaci

Le cose scritte possono fare un gran bene ma anche un gran male, guarire oppure uccidere.

Oriana Fallaci

Il problema è che nelle guerre non combattono mai quelli che le dichiarano. Non le vedono nemmeno.

Oriana Fallaci

Altre frasi belle di Oriana Fallaci

La caccia all’Uomo, la sfida alla Morte, la scommessa con la Vita. Eccessi di cui il vero soldato ha bisogno.

Essere mamma non è un mestiere. Non è nemmeno un dovere. È solo un diritto tra tanti diritti.

L’abitudine è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte.

Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede tale coraggio, una sfida che non annoia mai.

A Hollywood non c’è posto per la gente pigra o sfortunata. Soprattutto sfortunata.

La morte di un amore è come la morte d’una persona amata. Lascia lo stesso strazio, lo stesso vuoto, lo stesso rifiuto di rassegnarti a quel vuoto.

Si muore talmente meglio quando si crede a qualcosa. Si muore talmente di meno.

Mi passa il freddo a dire che la vita esiste, mi passa il sonno, mi sento io la vita.

Nessuno mi ha ancora spiegato perché uccidere per rapina è peccato, uccidere perché hai un’uniforme è glorioso.

La storia dell’Uomo è anzitutto e soprattutto una storia di coraggio: la prova che senza il coraggio non fai nulla, che se non hai coraggio nemmeno l’intelligenza ti serve.

Essere una donna è una scuola di sangue: tutti i mesi offriamo a noi stesse il suo spettacolo odioso.

Io sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre.

Voglio essere tra quelli che muoiono senza avere mai avuto sulla fronte e sulla mano il marchio della servitù o della complicità.

Non so arrendermi al fatto che per vivere si debba morire, che vivere e morire siano due aspetti della medesima realtà, l’uno necessario all’altro, l’uno conseguenza dell’altro.

Incredibile come il dolore dell’anima non venga capito. Se ti becchi una pallottola o una scheggia si mettono subito a strillare presto-barellieri-il-plasma, se ti rompi una gamba te la ingessano, se hai la gola infiammata ti danno le medicine. Se hai il cuore a pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, invece, non se ne accorgon neanche.

Non si dovrebbe mai prenderli sul serio gli scrittori, mai. Chiacchierano per chiacchierare, per mettere insieme belle parole, si approfittano della carta stampata sapendo che sulla carta stampata ogni fanfaluca sembra verità sacrosanta.

La Vita non è uno spettacolo muto o in bianco e nero. È un arcobaleno inesauribile di colori, un concerto interminabile di rumori, un caos fantasmagorico di voci e di volti, di creature le cui azioni si intrecciano o si sovrappongono per tessere la catena di eventi che determinano il nostro personale destino.

Il coraggio ha molti volti: il volto della generosità, della vanità, della curiosità, della necessità, dell’orgoglio, dell’innocenza, dell’incoscienza, dell’odio, dell’allegria, della disperazione, della rabbia, e perfino della paura cui rimane spesso legato da un vincolo quasi filiale.

Ma il niente è da preferirsi al soffrire? Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente.

Non ha confini il coraggio che nasce dall’amore e per amore si realizza. Non tiene conto di alcun pericolo, non ascolta nessuna forma di raziocinio. Pretende di muovere le montagne e spesso le muove.

Non c’è bisogno d’esser nazisti per diventare assassini: in nome della democrazia, del cristianesimo, della libertà, si massacra tanto bene quanto in nome del “grande” Reich.

Quanto è ipocrita il mondo che si esalta per un chirurgo che sostituisce un cuore con un altro cuore, e poi accetta che migliaia di creature giovani, col cuore a posto, vengano mandate a morire, come vacche al macello, per la bandiera.

Gli uomini sono così: inventano la bomba atomica, uccidono con essa centinaia di migliaia di creature, e poi vanno sulla Luna. Né angeli né bestie ma angeli e bestie.

Sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni!

Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più.

Vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.

Molte donne si chiedono: metter al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia? E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra.

Il vero soldato mente a sé stesso quando dice di odiare la guerra. Egli ama in modo profondo la guerra. E non perché sia un uomo particolarmente malvagio, assetato di sangue, ma perché ama la vitalità che (per quanto paradossale possa sembrare) la guerra porta dentro di sé.

Ho sempre avuto l’ossessione della dignità e pensato che la cosa più importante fosse vivere con dignità, ora so che c’è una cosa ancora più difficile, ancora più importante che aver vissuto con dignità: è morire con dignità. E questa è, questa sarà, la vera prova del fuoco.

Negli Stati Uniti la libertà di protestare è così diffusa che, come un boomerang, essa si rivolge contro la libertà stessa. In altre parole, tutti hanno talmente diritto di offendersi in nome della libertà che la stessa libertà di critica ne risulta compromessa.

Lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere.

E’ un Paese così diviso, l’Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all’interno dei partiti. Non riescono a stare insieme nemmeno quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo. Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali”

È la vita. A volte credi che due occhi ti guardino e invece non ti vedono neanche. A volte credi d’aver trovato qualcuno che cercavi e invece non hai trovato nessuno. Succede. E se non succede, è un miracolo. Ma i miracoli non durano mai.

La Patria non è un’opinione. O una bandiera e basta. La Patria è un vincolo fatto di molti vincoli che stanno nella nostra carne e nella nostra anima, nella nostra memoria genetica. È un legame che non si può estirpare come un pelo inopportuno.

Tra un uomo e una donna ciò che chiamano amore è una stagione. E se al suo sbocciare questa stagione è una festa di verde, al suo appassire è solo un mucchio di foglie marce.

No, non è vero che sia una scienza rigida, la matematica, una dottrina severa. È un’arte seducente, estrosa, una maga che può compiere mille incantesimi e mille prodigi. Può mettere ordine nel disordine, dare un senso alle cose prive di senso, rispondere ad ogni interrogativo. Può addirittuta fornire ciò che in sostanza cerchi: la formula della Vita.

Perché bando alle chiacchiere, signori miei: l’infelicità non ha solo il volto della fame e del freddo. Ha anche quello della solitudine che gela quando appartieni a un mondo scomparso o incompreso, quando sei costretto a vivere in un ambiente nel quale non ti riconosci e vieni schernito ridicolizzato perseguitato dalla volgarità.

È una cosa di cattivo gusto, comandare, e spiacevolissima. Perché pone a contatto coi beceri e con gli ottusi, costringe a esercitare la volgarità del potere, limita la libertà sia di chi comanda che di chi è comandato, infine inebria i presuntuosi.

Io non mi sono mai sentita tanto viva come dopo una battaglia dalla quale sono uscita viva e indenne. È dopo aver vinto quella sfida che ti senti così vivo. Vivo quanto non ti senti nemmeno nei momenti più ubriacanti di gioia o nei momenti più travolgenti d’amore.

Ogni persona libera, ogni giornalista libero, deve essere pronto a riconoscere la verità ovunque essa sia. E se non lo fa è, (nell’ordine): un imbecille, un disonesto, un fanatico. Il fanatismo è il primo nemico della libertà di pensiero.

Chi era Oriana Fallaci

Nata a Firenze il 29 giugno 1929, morta sempre a Firenze il 15 settembre 2006. Oggi Oriana Fallaci avrebbe avuto più di 90 anni. Amò tantissimo la sua città anche se passò gran parte della vita in viaggio, come giornalista e inviata di guerra, e abitò per anni a New York. Da giovane fece parte della Resistenza e fin da ventenne iniziò la sua carriera come giornalista.

Fu inviata speciale dell’Europeo e collaborò con alcuni dei maggiori quotidiani del mondo, tra cui il Times e il New York Times. Molti dei suoi reportage sono stati raccolti in volumi, ma Oriana Fallaci ha avuto grande successo anche come scrittrice di romanzi.

Il suo primo romanzo, “Penelope alla guerra”, uscì nel 1962. Da lì in poi, tra famosi reportage e famose interviste, scrisse molti libri. Tra i più famosi i romanzi “Un uomo”, “Lettera a un bambino mai nato” e “Insciallah”. Nel libro “Un cappello pieno di ciliege”, pubblicato postumo nel 2008, ha raccontato la storia della propria famiglia.

Da sempre scrittrice controcorrente e polemica, soprattutto negli ultimi anni di vita divenne molto aggressiva: tra i suoi obiettivi il mondo omosessuale, le femministe, la sinistra, l’eutanasia, e soprattutto l’Islam, verso cui usò per anni parole di fuoco, sfociate soprattutto nel celebre “La rabbia e l’orgoglio”.

 

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