Monte dei Paschi: come portare la banca più antica del mondo sull’orlo del fallimento

MPS
Un groviglio di affarismo e politica, con manie di grandezza e poco lungimirante, ha prodotto uno degli sconquassi bancari più gravi mai visti nel nostro paese che coinvolge il Monte Paschi di Siena, terza banca italiana.

Il tutto nasce pochi mesi prima della crisi, quando le banche italiane facevano la corsa alla ricerca di partner con i quali creare una fusione che aumentasse prestigio e potenzialità. All’epoca il MPS, era in predicato per fondersi con la Banca Nazionale del Lavoro, creando in questo modo il più grande gruppo bancario italiano e uno dei più importanti al mondo con la probabile fusione successiva anche con il Banco di Bilbao.

La Fondazione MPS che di fatto gestisce il MPS (unico caso in Italia dopo che la legge Amato aveva ridotto al 4% massimo la partecipazione delle fondazioni nei consigli d’amministrazione bancari), si oppose, per ragioni di puro e semplice, provincialissimo potere. La possibilità, cioè, che nella fusione, molti di coloro che tenevano le redini della banca senese, avrebbero dovuto accontentarsi di ruoli diversi che, non avrebbero dato la stessa visibilità e, soprattutto, lo stesso potere di prima.

Il risultato fu che la fusione non si fece, la BNL l’acquisirono i francesi e il gruppo dirigente del MPS con a capo l’avvocato Mussari, diventato successivamente presidente dell’ABI, mantenendo comunque inalterate le manie di espansione, decise di acquisire la Banca Anton Veneta, una banca che rende 100 milioni l’anno, quindi con una previsione di ammortamento in 100 anni, pagandola 3 miliardi in più della quotazione reale che, solo due mesi prima, era stata di 7 miliardi.

Pochi giorni fa, il nuovo presidente Alessandro Profumo, ex Unicredit e, il nuovo AD Fabrizia Viola, hanno reso pubblici i risultati di un’indagine interna avviata mesi orsono, che ha portato alla luce un dossier “nascosto” denominato “Alexandria”, dove si evidenzia come, durante la gestione del presidente Mussari e dell’AD Vigni, MPS abbia sottoscritto derivati per rinviare le perdite a Bilancio equivalenti a circa 740 milioni di euro. Perdite causate proprio dall’incauto acquisto di Anton Veneta.

La notizia arrivata come un fulmine a ciel sereno ha causato le immediate dimissioni di Mussari dalla presidenza dell’ABI e, ieri, il crollo del titolo MPS in borsa, circa 9 punti.

A Siena intanto sono tutti l’uno contro l’altro armato, la Fondazione quanto la Banca sono pronte a un’azione di responsabilità nei confronti della precedente dirigenza. Dimenticando però che tanto l’una quanto l’altra, sono di fatto implicate nelle scelte fatte.

Ma il caso Mps infiamma anche la politica, il Pd è al centro dell’attenzione, anche se in realtà, la gestione è stata in mano a uomini della Margherita e della Fisac-Cgil, che gestivano come un piccolo potentato la terza banca italiana. “Nessuna responsabilità del Pd, per l’amor di Dio… il Pd fa il Pd e le banche fanno le banche”, il commento a caldo di Pierluigi Bersani, leader del Pd. Giulio Tremonti, ne approffita per lanciare una stoccata a Mario Draghi, ex governatore di Bankitalia” Date consuetudine a scrivere `lettere apostoliche´ e vecchia vasta competenza derivati, stupisce mancata `lettera vigilanza´ Draghi a Siena”.

Di Pietro attacca Monti: “La vicenda MPS è gravissima. Ma è ancor più grave che il governo Monti abbia finanziato le casse del Monte dei Paschi di Siena con un prestito da 3.9 miliardi di euro, cifra equivalente all’Imu sulla prima casa, l’imposta con cui questo esecutivo ha tartassato gli italiani”.

E siamo solo all’inizio, chissà cos’altro ci riserva questa storia.

 

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