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Dobbiamo accettare il terrorismo come parte delle nostre vite?

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C’è assuefazione agli attentati? E il terrorismo cerca il maggiore effetto per colpirci ancora sul lato emotivo?

Terrorismo Manchester

L’attentato a Manchester è stato l’ultimo di una lunga serie di atti di terrorismo che hanno colpito le città più importanti d’Europa. Ancora una volta un concerto, come per il Bataclan, un concerto di una star dei teenager come Ariana Grande. Si parla di esplosivo con chiodi, ci sono già 22 morti, alcuni bambini, e oltre 60 feriti.

Nel primo pomeriggio si erano rincorsi ulteriori allarmi: si è parlato di una bomba in un centro commerciale, poi semplicemente di alcuni arresti di un sospetto complice del kamikaze. La situazione, insomma, è ancora fluida e molto complicata.

La domanda che molti si fanno è: dobbiamo dunque considerare il terrorismo come una cosa “normale”, come un fatto che diventerà “abituale” nelle nostre esistenze?

Il mondo islamico non è un unicum

La nostra idea dell’islam è parecchio distorta. Ci vediamo un unicum indistinto e spesso parliamo in modo non corretto di “terrorismo islamico” dove dovremmo solo parlare di “terrorismo”. Il variegato mondo che venera Maometto ha importanti differenze: Al Arabya dice che in Marocco è appena nato la National Coalition fo Maroccan Christians, la prima organizzazione di marocchini convertiti che non restano chiusi in casa ma si mostrano apertamente. Il Council ha avanzato specifiche richieste al Consiglio Nazionale per i Diritti umani per riconoscere le chiese nel paese, poter avere una scuola con istruzione della religione non islamica e in generale per la libertà di culto. Il Council ha anche un canale Youtube.

In Egitto, pur con gli enormi problemi, la comunità copta è di ampia entità e in tutto il mondo islamico ci sono storiche comunità cristiane, purtroppo in molti casi spazzate via o perseguite dalle guerre degli ultimi tempi.

I morti per terrorismo non aumentano

La nostra percezione potrebbe essere che gli attentati siano aumentati. Questo è chiaramente vero per i paesi “occidentali” dove il terrorismo sta colpendo nelle città, nei luoghi di ritrovo, nei punti di spostamento. Ma in termini assoluti il numero di morti per terrorismo nel mondo nel 2015 era sceso rispetto al 2014. In termini assoluti lo stato islamico e alcune organizzazioni che solo 5 anni fa erano molto più radicate oggi sono più deboli e controllano minori porzioni di territori.

Ad ogni modo i paesi più colpiti dal terrorismo non sono quelli europei ma l’Iraq, la Nigeria, l’Afghanistan e la Siria (da soli hanno i due terzi dei morti), e poi in misura minore Pakistan, Somalia, Libia, India, Repubblica Centrafricana, Yemen. Il primo paese europeo è l’Ucraina dove la guerra nel Donbass porta anche a un accrescimento delle vittime.

Atti di terrore come strumento di propaganda

Si è spesso parlato di “lupi solitari” a proposito degli autori degli attentati: questo in qualche caso era vero ma spesso no, non solo perché gli attentatori facevano parte di cellule ma anche perché la strategia, le modalità di esecuzione erano spesso pensate anche per essere “rappresentative”. Colpire un concerto, uno stadio dove si giocava una partita di calcio importante, un centro commerciale, un aeroporto, dei bar, la sede di un giornale satirico.

In molti casi gli attentati avevano un surplus di valore simbolico, di attivazione immaginifica, per fare oltre che i morti fisici anche un danno alle coscienze, instillare timore e senso di precarietà. L’ultimo attentato di Manchester ha colpito un concerto con un pubblico di giovanissimi: non c’è alcun freno, alcuna remora, anzi si cerca di moltiplicare l’effetto dell’atto criminoso.

Questa tipologia di azione serve ad alzare sempre l’asticella, a tentare di vanificare “l’effetto assuefazione” cui mentalmente e mediaticamente iniziamo ad essere portati.

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