“Più donne ai vertici per crescere”

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E’ il padre della legge sulle Onlus. Ed è anche uno dei 15 firmatari, tra docenti universitari e professionisti, di un documento con 26 proposte, presentato al Governo, per rilanciare il Terzo settore e dare forma, insieme a posti di lavoro, a un nuovo modello di welfare. “Vuole un esempio? Pensiamo ad obbligazioni di impatto sociale che servano a finanziare gli enti senza scopo di lucro che operano nel settore dell’assistenza e della sanità”, dice Stefano Zamagni, economista, un amico come il ministro Corrado Passera, e un pallino: quello di pretendere “più donne nel mercato del lavoro, e soprattutto più donne ai vertici, nelle banche e nelle università, nelle posizioni di comando. Perché altrimenti facciamo un dispetto all’intero Paese: lo sviluppo ha bisogno delle idee, della capacità di innovare e della creatività delle donne”.
Professor Zamagni, partiamo dalla situazione economica: deficit e debito pubblico alle stelle. L’Italia ce la può fare a risalire la china?
Assolutamente sì. A differenza di Paesi come la Grecia, la Spagna, l’Irlanda o il Portogallo, l’Italia non ha seguito le sirene che da oltreoceano invitavano alla deindustrializzazione per fare spazio a finanza e servizi. Oggi l’Italia resta il secondo Paese in Europa per esportazioni, dopo la Germania, e dispone di una struttura produttiva di tutto rispetto. La nostra crisi, derivata da quella finanziaria, ha trovato terreno fertile in un debito pubblico di enormi proporzioni. Ma non ha distrutto le nostre fabbriche e il nostro know how. L’Inghilterra, che ha deindustrializzato, sta peggio, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo. Tanto che il premier Cameron ha recentemente annunciato un piano di reindustrializzazione.

I fondamentali ci sono, dunque. Ma quali sono, allora, i nodi da sciogliere?

Il primo è quello che riguarda l’eccessiva burocrazia. Abbiamo 3,5 milioni di occupati nella pubblica amministrazione e ne basterebbero la metà, senza perdere qualità nei servizi ai cittadini. La burocrazia è improduttiva, non genera valore aggiunto. E ha dei costi diretti e indiretti. Tra questi ultimi c’è la corruzione, che ci costa qualcosa come 60 miliardi all’anno. In Europa, per corruzione, siamo al secondo posto dopo la Grecia. Quanto più è massiccia la burocrazia tanto più sale il pericolo di comportamenti corruttivi. E tutto ciò si lega all’evasione fiscale: se io cittadino per ottenere un permesso che è un mio diritto pago una tangente, mi rifaccio evadendo. L’altro nodo riguarda il Mezzogiorno.
Per il Sud da anni vengono impegnate ingenti risorse…
Che non servono. Non si è compreso che ciò che fa davvero difetto è il capitale sociale, che, secondo la definizione del politologo americano Robert Pattman, si divide in bonding, cioè capitale cattivo, e in bridging, capitale buono. Il primo è costituito da reti di fiducia tra i membri di uno stesso clan o paese. Il secondo da una rete di fiducia che è indipendente dai vincoli: geografici, di sangue, di vicinanza. Nelle regioni del Sud prevale il capitale sociale bonding. Manca quindi la cultura della reciprocità. Noi continuiamo ad offendere i cittadini del Sud, che hanno invece bisogno di ricostituire quel capitale sociale buono distrutto dalla dominazione borbonica e che ha aperto la strada alla mafia. Dobbiamo far rinascere l’orgoglio, tra le gente del Sud. E questo significa che dobbiamo cambiare la strategia. Per questo è necessario dire: create cooperative, create associazionismo…Ma non sento mai nessun politico affermare queste cose.
Fino ad ora, secondo lei, che prova ha dato il governo tecnico?
Tenuto conto del contesto, sta facendo il suo dovere: ma è, appunto, un governo tecnico. Su un punto, però, avrebbe potuto fare di più: sul sostegno al mondo del Terzo settore.
E da qui nasce il documento che lei ha contribuito a realizzare…
Abbiamo proposto le obbligazioni di impatto sociale, per finanziare gli enti senza scopo di lucro nell’assistenza e nella sanità, ma anche una radicale inversione di rotta sugli appalti, che dovrebbero seguire la regola del massimo rialzo e non del massimo ribasso, con il risultato che la qualità è peggiore e i lavoratori sono sottopagati. Un ente locale decide che può investire mille euro? Bene, si cerchi la massima qualità. Perché i servizi alla persona non sono merci.
E le donne, che ruolo possono giocare?
Ecco un tema che mi sta molto a cuore. Dobbiamo aumentare di almeno il 50% il tasso di partecipazione delle donne al lavoro. Altrimenti il Paese non andrà avanti, abbiamo bisogno delle idee e della creatività femminili. Ma le donne non devono essere ai margini. Devono essere ai vertici. Altrimenti sa che facciamo? Un dispetto all’intero Paese.

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