Il femminicidio in Italia: siamo tutti complici? Intervista a Riccardo Iacona

Lo scorso anno in Italia 124 donne sono state uccise a causa delle violenza di genere. Eppure nella campagna elettorale appena conclusa l’argomento del femminicidio non è stato nemmeno sfiorato. Abbiamo intervistato Riccardo Iacona, secondo il quale “l’Italia è un paese complice, che lascia che queste donne vengano uccise”.

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Lo chiamano “femminicidio”: anche al nostro paese gli organismi internazionali applicano quel termine divenuto tristemente celebre per il Messico di Ciudad Juarez. Neologismo che balza alle cronache con il film Bordertown: il racconto dei fatti di questa città al confine tra Messico e Stati Uniti, dove dal 1992 più di 4.500 donne sono scomparse e più di 650 stuprate, torturate, uccise e abbandonate ai margini del deserto. Una strage avvenuta nel più assordante silenzio delle istituzioni, con la complicità di politica, forze dell’ordine corrotte e criminalità organizzata.

Un mondo lontano? Niente affatto. “La situazione è allarmante, come ricordato nel rapporto sull’Italia pubblicato nel 2012 dalla Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne”, tuona Christine Weise, presidente di Amnesty International Italia. La violenza domestica “sta sfociando in un crescente numero di uccisioni di donne per violenza misogina”(http://www.donnesulweb.it/attualita/8-marzo-tra-stupri-femminicidi-parita-mancate-cosa-ce-da-festeggiare.html). Tra le richieste avanzate quella di “adottare una legge specifica sulla parità di genere e sulla violenza contro le donne”, spiega Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia. Nel 2012 124 donne sono state uccise in Italia a causa delle violenza di genere. 47 sono i casi di tentato femminicidio. Il 60% dei delitti è avvenuto all’interno di una relazione (in corso o appena conclusa ) tra vittima e carnefice. I numeri sono stati diffusi come ogni anno in occasione dell’8 marzo dalla Casa delle donne di Bologna.

Il femminicidio racconta l’inadeguatezza della società a stare al passo con l’emancipazione femminile? A queste domande prova a rispondere il giornalista Rai Riccardo Iacona con un viaggio di due mesi che racconta le storie delle tante donne uccise nel nostro Paese. Un viaggo che è diventato una puntata di Presadiretta su Rai3, “Strage di donne”, ma anche un libro. Dal titolo inequivocabile: “Se questi sono gli uomini”. È uscito a ottobre per Chiarelettere ed è uno dei rari volumi sulla strage di donne in Italia scritto da un uomo.

Iacona, Primo Levi racconta con “Se questo è un uomo” l’orrore di Auschwitz, dei campi di sterminio, dell’olocausto.
E con “Se questi sono gli uomini” abbiamo voluto “rubare” la forza simbolica di quel titolo per raccontare la strage delle donne in Italia. L’oggetto del libro sono gli uomini: sono loro i protagonisti di questa guerra in corso. Sono profondamente convinto che il tema del femminicidio abbia a che fare prima di tutto con gli uomini.

Se_questi_sono_gli_uomini_piattoChi sono gli uomini di cui parli?
Ci sono degli uomini che oppongono resistenza alla voglia e volontà di indipendenza delle donne. Credo che una delle parti più importanti del libro sia proprio quella in cui sono loro a parlare. Gli approfondimenti, in genere, raccontano solo delle vittime e raramente si occupano delle “non vittime”. È così che il mio viaggio è, purtroppo, il racconto di una tragedia nazionale. Un racconto che ha dell’incredibile ma che deve essere condotto finalmente con un approccio diverso, al di là della cronaca e dei colonnini sui giornali. Le dimensioni del conflitto ci dicono che non si tratta di episodi marginali, ma di fatti inseriti a pieno titolo nel contesto sociale e culturale del nostro paese. E ci dicono anche che quello stesso contesto non fa nulla per evitare quelle morti: a cominciare dalla rimozione dell’argomento “femminicidio” e violenza di genere operata dagli uomini. In Italia è in atto una vera e propria opera di negazionismo.

Causato da cosa?
Non c’è alcuna volontà di modificare la situazione: non si vuole fare niente, e si cerca solo di mantenere lo status quo. L’Italia è un paese complice, che lascia che queste donne vengano uccise.

Nessuna responsabilità femminile?

Molte di queste donne non potevano neanche lontanamente immaginare che sarebbero state uccise dagli uomini, dai loro uomini. L’isolamento, elemento troppo spesso comune a queste storie, si subisce, senza avere alcun supporto materiale ma anche culturale e istituzionale per comprenderlo e uscirne.
“È un percorso tipico di questi uomini”, spiega nel tuo libro Maria Grasso, fondatrice del Centro antiviolenza di Piazza Armerina, in provincia di Enna. “Ii isolano, così è più facile comincire a colpirti”.
Per me le storie che ho raccontato sono una più importante dell’altra. Parlano di donne libere e forti, dipinte dalle cronache come povere vittime, ferite e ammazzate da un lapsus di gelosia. Ma non sono vittime: non sono deboli, e muoiono proprio per la loro ribellione e la loro forza.

Anche la stampa ha le sue responsabilità?

Quello che la mia inchiesta racconta è l’importanza della connessione di tutte le storie raccontate. Messe assieme e comprese nella loro sistematicità, spiegano che quelle donne vengono ammazzate di nuovo quando nel raccontare la loro morte la si butta sul gossip, sulla gelosia, sul raptus e la follia. La verità è un’altra: è in corso una guerra. Donne che voglio contare come gli uomini e uomini che non lo consentono. Uomini del genere per me appartengono al passato. È quello che spiego nell’ultimo capitolo del libro: faccio outing e racconto perché queste storie hanno coinvolto e coinvolgono anche me. Dovremmo prendere spunto dalle evoluzioni in corso per costruire finalmente rapporti diversi

Il conflitto di genere però è presente in tutto il mondo.
Sì, certo. Solo che da noi non si fa nulla per mettere in atto buone pratiche politiche che implementino migliori pratiche sociali e relazionali e superino il gap di genere. Perché va bene così: è una questione di potere. Per non rischiare di scardinare l’ordine costituito: di questi temi non c’è stata traccia nella campagna elettorale che si è appena conclusa.
Qualcosa di buono c’è stato però: l’aumento del 47% della presenza femminile in Parlamento, dove un neo eletto su tre è donna (31 per cento). Siamo al terzo posto in Europa.

Certo: ci vedo sempre del buono quando le donne entrano in circolo. Per me è semplicemente normale. Le donne sono più degli uomini, no? Ed è semplice e giusto che la rappresentanza venga finalmente riequilibrata.

 

 

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