Dalla passerella alle Borse: come dazi e guerra in Iran stanno cambiando la moda mondiale

La moda mondiale rallenta nel 2026. Dazi, guerra in Iran e petrolio più caro pesano su prezzi, consumi e titoli in Borsa: lo studio Mediobanca e la situazione oggi.

Moda analisi mercato e titoli borsa

Ogni anno Mediobanca pubblica un’analisi sulle grandi multinazionali della moda. L’ultimo studio, diffuso il 24 aprile 2026, racconta un settore ancora enorme nei numeri, ma già meno brillante rispetto agli anni del rimbalzo post-pandemia. Le 75 maggiori multinazionali della moda hanno chiuso il 2025 con 541 miliardi di euro di fatturato, in crescita dello 0,9% rispetto all’anno precedente. Non è un crollo, ma è un rallentamento evidente. Poi sono arrivati i dazi americani e la guerra in Iran. E il quadro è cambiato.

I numeri del 2025 raccontano progressi, posizioni guadagnate, margini ancora importanti e gruppi italiani capaci di avanzare nel ranking mondiale. Ma appartengono già a un altro contesto: prima che Trump rendesse definitiva la stretta tariffaria sull’Europa, prima che il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran, aprendo una crisi energetica globale che si riflette su petrolio, trasporti, materie prime e consumi.

Per i grandi nomi della moda italiana, quella fotografia è insieme una buona notizia e uno specchio retrovisore: mostra dove il settore era arrivato prima che il 2026 cambiasse le condizioni del mercato.

Le aziende di moda italiane nel ranking mondiale: tante, ma la Francia domina

L’Italia è il Paese più rappresentato tra le multinazionali europee dellla moda per numero di gruppi: quattordici aziende su trentanove, più della Francia, della Germania e della Spagna. Ma avere più aziende non significa pesare di più sul mercato.

La Francia resta il vero centro economico del lusso europeo. Con appena otto gruppi genera il 39% dei ricavi europei della moda, mentre l’Italia, pur avendone quattordici, si ferma al 9%. La differenza è semplice: i gruppi francesi sono molto più grandi. LVMH da sola vale più di tutte le italiane messe insieme.

Eppure il 2025 aveva dato segnali positivi. Prada si è confermata prima tra i gruppi italiani presenti nel ranking, con 5,7 miliardi di ricavi, scalando dieci posizioni rispetto al 2019 e arrivando al ventunesimo posto.

A dicembre 2025 il gruppo di Miuccia Prada ha completato l’acquisizione di Versace per 1,25 miliardi di euro: una mossa pensata per rafforzare quel che resta di un polo italiano del lusso, in un mercato dove i grandi marchi italiani  indipendenti e competitivi per dimensione si contano ormai sulle dita.

Il doppio shock: cosa è cambiato ora

Il 2026 ha aggiunto due pressioni simultanee. La prima arriva dalla politica commerciale americana. Le nuove tariffe sull’Unione Europea colpiscono le importazioni e pesano su un’industria costruita su catene globali, materiali, accessori, distribuzione internazionale e consumi transfrontalieri.

La seconda arriva dal conflitto con Teheran. Non riguarda solo energia e geopolitica: entra direttamente nella filiera tessile. Le conseguenze della guerra USA-Israele-Iran passano dal petrolio ai trasporti, dalle materie prime sintetiche alla fiducia dei consumatori. Petrolio più caro significa spedizioni più costose, produzione più cara, materiali sintetici più cari e clienti più prudenti.

La crisi attuale è quindi più complessa di una normale fase negativa. Non c’è solo una domanda più debole. C’è un aumento dei costi a monte, maggiore incertezza sulle rotte commerciali, famiglie con meno potere d’acquisto e mercati finanziari che anticipano il deterioramento dei margini.

La moda ha già affrontato recessioni, guerre commerciali e pandemia. Raramente, però, si è trovata a gestire nello stesso momento tariffe, energia cara, filiere sotto stress e consumi meno disponibili.

Zara, H&M e Mango: perché la moda accessibile costa di più

In questo contesto, il lusso può assorbire una parte dei rincari grazie a margini più alti e prezzi già elevati. La moda accessibile, invece, è più esposta all’aumento dei costi perché lavora su grandi volumi, margini più stretti e consumatori più sensibili ai prezzi. Il caso più importante è Inditex, proprietaria di Zara, che nel ranking Mediobanca è il secondo gruppo mondiale della moda dopo LVMH.

Il problema non riguarda solo i negozi o le vendite finali. La guerra in Iran colpisce anche il poliestere, fibra derivata dal petrolio e molto usata nell’abbigliamento globale. Secondo l’agenzia Reuters, i rincari sono già visibili in India e Bangladesh, due snodi centrali per molti marchi internazionali.

Inditex è meno esposta di altri sul piano logistico, perché produce anche vicino all’Europa, tra Turchia, Marocco e Portogallo. Ma questo non elimina il problema principale: se energia, trasporti e materie prime costano di più, anche la moda accessibile deve scegliere se assorbire i rincari, ridurre i margini o alzare i prezzi.

Alla fine il problema arriva al consumatore. Zara e Mango restano marchi di massa, ma molti capi hanno ormai prezzi da fascia media. Se bollette, carburanti e spesa quotidiana aumentano, gli acquisti di abbigliamento si rimandano più facilmente. Per gruppi abituati a vendere grandi quantità e a rinnovare spesso l’offerta, anche un consumatore più prudente pesa sui risultati.

Quanto hanno perso in Borsa i marchi della moda in Europa

Nel primo trimestre 2026 le multinazionali della moda in Europa hanno perso in Borsa il 21,1%, annullando quasi tutto il vantaggio accumulato rispetto alle nordamericane negli anni precedenti e tornando vicino ai livelli di fine 2021.

Il dato va letto con attenzione: il trimestre si chiude il 31 marzo, mentre la guerra in Iran è iniziata il 28 febbraio. Dentro quei numeri c’è quindi soltanto un mese di conflitto. Il pieno impatto su energia, logistica, consumi e margini si vedrà nei risultati successivi.

Anche i dazi richiedono tempo per entrare nei bilanci. La loro incidenza effettiva dipenderà da quanto le aziende riusciranno a trasferire i maggiori costi sui prezzi finali, da quanto potranno assorbirli nei margini e da quanto saranno in grado di riorganizzare fornitori, magazzini e mercati di sbocco.

Il mercato finanziario guarda avanti. Se ricavi, costi e domanda si muovono nella direzione sbagliata, la redditività può ridursi. Per questo il calo dei titoli della moda quotati in Europa non riguarda solo la fotografia del primo trimestre, ma si riflette sulle attese dei risultati finanziari.

Lo studio Mediobanca mostra com’era la moda mondiale prima che il 2026 cambiasse le condizioni del mercato. I ricavi crescevano poco, la redditività era già meno brillante rispetto ai picchi precedenti e i titoli della moda in Europa avevano iniziato a perdere terreno in Borsa.

Il mercato della moda continuerà probabilmente a vendere, ma la domanda ora è a quali margini e con quali prezzi. Il 2025 ha chiuso un ciclo; nel 2026 si vedrà quali marchi riusciranno ad assorbire i nuovi costi senza scaricarli interamente sui consumatori.

 

 

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