Perché in Italia arrivano tanti immigrati e stranieri?

Quanti migranti arrivano in Italia, dove vanno, quanto restano? E i motivi per cui dovremmo pensare che forse questa non è un’emergenza di un periodo limitato ma probabilmente sarà un flusso a lungo termine.

Perché in Italia arrivano gli sbarchi di immigrati, come mai molti stranieri vedono la nostra terra come un possibile luogo dove rifarsi una vita? Molti se lo staranno chiedendo, magari con in mente i dati non esaltanti sul nostro Pil e il nostro tasso di disoccupazione. C’è una serie di fattori da considerare.

La posizione geografica e la situazione geopolitica

Nel 2016 sono arrivati in Italia 171 mila migranti, cifra corposissima cui si devono aggiungere gli altri 171 mila arrivati in Grecia. Nelle strutture di accoglienza italiane per richiedenti asilo ci sono oltre 176 mila persone distribuite sul territorio nazionale.

Questi due paesi sono i più colpiti dal fenomeno perché sono i primi punti di approdo delle due principali rotte dei migranti, quella del Mediterraneo centrale (via mare, dalla Libia soprattutto, ma anche da Egitto e – in misura minore – Tunisia, verso l’Italia) e del Mediterraneo orientale (via terra e via mare dalla Turchia verso la Grecia).

Un paese come la Spagna che si affaccia ugualmente sul Mediterraneo e ha persino due enclave (Ceuta e Melilla) in Marocco è molto meno interessato dato che la situazione politica del Marocco è molto più stabile (e dal 2013 esiste un accordo U.E.-Marocco per contrastare l’immigrazione clandestina) e il paese partecipa attivamente ai controlli sui migranti, bloccandone spesso la partenza. Questo spiega perché in Spagna sono arrivate poche migliaia di persone via mare e spiega anche perché, del milione e 300 mila richieste di asilo effettuate nel 2015 in Europa, solamente 13 mila siano state fatte in Spagna. Fino a una decina di anni fa la rotta ad ovest, che passava dalle Canarie, era tra le più battute dalle migrazioni ma è una rotta pericolosa e con frequentissimi controlli.

Che tipo di migranti arrivano in Italia?

Secondo i dati riportati da un recente articolo BBC (Why is Italy seeing a record number of migrants) in Grecia quasi la metà dei migranti sono siriani (e la seconda nazionalità è quella afgana); chi sbarca in Italia invece arriva principalmente dal continente africano: 36 mila sono i migranti arrivati dalla Nigeria, 20 mila dall’Eritrea, 12 mila dalla Guinea, le nazioni più rappresentate.

L’88% degli sbarchi partono dalla Libia e se l’accordo U.E. – Turchia ha contribuito enormemente a contenere almeno la rotta dell’est il problema pressante resta quello degli arrivi da sud, da nazioni di origine con enormi problemi interni (Boko Haram in Nigeria, la situazione politico-economica in Eritrea) e con una nazione di passaggio che sostanzialmente ancora non esiste (la Libia).

Il sistema di ricollocamento funziona?

Bastano i semplici dati dell’Unhcr per rispondere negativamente: sono stati solamente 5290 rifugiati ricollocati nel resto d’Europa (un miserrimo 3% del totale), di questi solo 1156 provenivano dall’Italia. In sostanza l’Europa sta lasciando Roma e Atene col cerino in mano, spesso Italia e Grecia “rispondono” abbassando la soglia dei controlli per far uscire dai loro confini almeno una parte degli arrivi e far sì che i migranti si spostino, chiedendo asilo in altre nazioni.

E in Italia dove stanno i migranti?

In svariate tipologie di strutture, ma non è tanto la destinazione fisica quanto quella geografica che non è esattamente paritetica. Ci sono regioni e comuni con molti migranti (Sicilia, Lazio, Puglia e Lombardia da sole accolgono da sole più della metà dei migranti) e altri con nessuno o quasi: il governo sta pensando da tempo ad una riorganizzazione generale in modo da stabilire un tetto massimo tra abitanti residenti e profughi (2,5 richiedenti ogni 1000 abitanti, tetto che dovrebbe scendere a 1,5 nelle città più grandi) e dando incentivi economici ai comuni che maggiormente si danno disponibili all’accoglienza.

Cosa muove i migranti a venire in Italia?

Un paese in recessione o in lentissima ripresa, con difficoltà occupazionali che stentano a trovare miglioramento: cosa spinge un migrante, nonostante tutto questo, a rischiare la vita, i risparmi suoi e della famiglia, per venire in Italia? La risposta è semplice: sfuggire a situazioni problematiche a livello personale (guerre civili in primis), l’aspettativa di un tenore di vita più alto e di un posto di lavoro.

Per fare un banale esempio: l’Italia ha un Pil pro capite di 29.867 dollari, al 25esimo posto in questa particolare classifica. Restando alle tre nazionalità con maggiori accessi in Italia: la Nigeria ha 2.743 dollari di Pil pro capite, l’Eritrea 695 e la Guinea 542. Guinea ed Eritrea sono negli ultimi 20 posti della classifica mondiale del Pil Pro capite. Si può facilmente capire che il metro di misura della “difficoltà personale” è parecchio differente e quello che per noi è “crisi” probabilmente per molte persone è iper-benessere.

Dalla gestione dell’emergenza a una via per la normalizzazione

La migrazione economica resterà una pressione costante in Europa, per banali ragioni geografiche e demografiche (Italia 1,35 figli per donna nel 2015; Nigeria 5,32, Eritrea 5,05, Guinea 7,07). Se l’America di Obama ha visto diminuire i flussi da sud (e parliamo comunque di una nazione confinante come il Messico che ha situazione ben diversa da quella delle nazioni a noi confinanti) la prossimità con il continente africano, un confine marino, la frammentazione politica e la condizione economica degli stati subsahariani ci devono mettere di fronte al problema che questa emergenza potrebbe diventare una normalità nei prossimi anni. E tutto questo dovrà avere una soluzione a lungo termine che dovrà necessariamente essere sovranazionale.

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