Il senso di una giornata mondiale contro la violenza sulle donne

Come molte altre giornate mondiali dedicate a qualcosa, a contrastare un problema – la fame nel mondo, l’anoressia – e a sensibilizzare l’opinione pubblica, viene da chiedersi se ce ne sia bisogno. La risposta è sì: ce n’è bisogno.

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Di violenza sulle donne se ne parla spesso a causa dei fatti di cronaca, ma raramente nasce un vero e proprio dibattito che realmente serva da stimolo e riflessione.

Alcune iniziative femministe non aiutano la causa: si veda in proposito l’inspiegabile accanimento sullo scienziato della missione Rosetta, Matt Taylor, colpevole di indossare una camicia considerata “sessista”.

Gli attacchi sono stati così diffusi e così pesanti da portare Taylor a scusarsi, in lacrime, non si è capito bene di cosa. Di indossare un camicia con dei disegni fumettistici di figure femminili? E’ chiaro a tutte le persone dotate di buon senso, donne e uomini, che questo tipo di critiche sono del tutto controproducenti per la causa e portano a sminuire quelli che sono i problemi veri. Cioè non le camicie, ma la vera violenza sulle donne.

Il punto di partenza per una discussione seria e produttiva è che la violenza sulle donne, come la violenza in generale su un soggetto indifeso, è una violazione dei diritti umani. E quindi riguarda tutti, uomini e donne. Non è una discussione di uomini contro donne. Questo vuol dire abbassare il livello della discussione e di conseguenza del problema.

L’anno passato, il 2013, in Italia 179 donne sono state uccise da compagni, ex compagni o mariti. Il 70% sono state uccise in famiglia, soprattutto al Sud.

Questi sono i dati, questi sono i numeri. Da qui si deve partire per capire i motivi reali che portano a fenomeni del genere. E dubitiamo che si possano andare a trovare nella camicia di uno scienziato che ha tutto il diritto di avere poco gusto nel vestirsi.

 

 

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