L’ossessione dei giornali per la Apple è uno dei successi di Steve Jobs

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Dopo l’allerta meteo, proseguiamo l’alfabeto della stampa italiana con un’alta A amatissima dalla nostra stampa: quella della Apple. Praticamente un giorno sì e uno no l’azienda americana è sulle prime pagine dei giornali. Perché?

Lezione vecchia di qualche migliaia di anni: pensarci due volte prima di addentare la mela della conoscenza. Potrebbe far danni. Vale ancora oggi, 2013. Ancor di più se quella mela assume i contorni morsicchiati del logo della Apple, l’azienda cult fondata nel 1976 da Steve Jobs, forse il più osannato guru contemporaneo.

Mito o verità?
Quello, per intenderci, che ha sbalordito il pianeta col suo insegnamento epocale sintetizzato nella frase “Stay hungry, stay foolish, siate affamati, siate folli”. Non proprio farina del suo sacco, visto che notoriamente l’ha riciclata da una pubblicazione underground americana dei primi anni ’70, il Whole Earth Catalog. Ma di una simile paternità oggi non frega più a nessuno, nemmeno a Google che giustamente attribuisce come prima voce quella chiave di ricerca a Jobs

Perché l’umanità, dall’antichità fino al mondo globale contemporaneo dove tutto viaggia alla velocità di un clic, non ha bisogno di verità, ma di miti. Un Olimpo in perenne aggiornamento nel quale Apple e il suo fondatore sono riusciti ad infilarsi con straordinaria abilità. Non che l’azienda di Cupertino non realizzi tutto sommato ottimi prodotti (con qualche epic fail magari passato un po’ sottotraccia), ma a far veramente la differenza è la sua capacità, fin dalle origini, di un marketing che davvero, questo sì, ha fatto scuola.

Mettetevi in fila e pensate differente
La Mela è cool. Supercool. E non certo da oggi. Ha da decenni stuoli di fan disposti ad immolarsi in lunghe attese notturne pur di entrare in possesso per primi dell’ultimo prodotto Apple all’apertura dello store. Gente talmente affiliata al brand, disposta a promuoverlo e difenderlo ad ogni costo, da far impallidire anche uno Scolastico medievale, aggrappato al dogma tolemaico anche di fronte all’evidenza galieiana. La terra è rotonda e gira intorno al sole, ma basta un morso Apple per pensarla in maniera differente.

Think different appunto, la memorabile campagna pubblicitaria lanciata nel 1997. Un capolavoro: per lanciare se stessa nell’Olimpo, Apple ricicla a proprio beneficio miti dell’epoca, da Albert Einstein a Martin Luther da John Lennon a Muhammad Alì. Tutta gente che pensava “il differente”, e per questo sono diventati quello che sono. Fantastico anche il body-copy, cioè il testo descrittivo che accompagnava la campagna: “Questo film lo dedichiamo ai folli, agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti, e non hanno alcun rispetto per lo status quo”.

L’ecosistema Apple
Ma davvero serve far tutta sta fatica per diventare un novello Einstein? Non scherziamo: basta spendere quel di più che costa un prodotto Apple e portarselo a casa. O tenerlo in mano, come l’IPhone o l’IPad. O infilarselo in tasca, e molto anche nelle orecchie, come l’Ipod. Il tutto collegato in quella specie di universo concentrazionario che passa necessariamente per ITunes. Che è poi la principale critica che viene rivolta ad Apple e alla vecchia ossessione di Jobs: tutto si deve muovere rigorosamente all’interno dell’ecosistema targato Mela.

E una volta entrati nel giro di prodotti tutti magistralmente interconnessi tra di loro, commodity alla quale come tutte le cose ci si abitua, è complicato uscirne. Per quanto uno possa essere per natura ribelle, anticonformista, folle e perfino inappagato (hungry).

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