Festa delle donne, ne abbiamo ancora bisogno? Colloquio con Chiara Cretella

kiara_copiaLa festa è simbolica. E puntuale, all’appuntamento con l’8 marzo, il dibattito si riapre. La ricorrenza ha compiuto 102 anni di vita. Oltre un secolo durante il quale le donne hanno conquistato il diritto di voto, respirato l’aria rivoluzionaria del movimento femminista, cancellato ignominie come quella, tutta italiana, del delitto d’onore, e ottenuto, almeno in Occidente, il riconoscimento della parità. Eppure il gender gap è ancora ampissimo. Una smisurata voragine di fronte alla quale molte donne si chiedono se abbia ancora un senso festeggiare questa giornata di fronte all’eclissi dei diritti nell’arco del resto dell’anno. Ne abbiamo parlato con Chiara Cretella, femminista, responsabile dell’ufficio stampa della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna.
E’ ancora giusto festeggiare l’8 marzo?
La commissaria di Bologna Anna Maria Cancellieri appena insediata disse: non credo alla festa delle donne, perchè la parità è stata raggiunta. Poco tempo dopo il ministro all’Istruzione Mariastella Gelmini disse: la gravidanza è un lusso. Sono due esempi di ragionamenti che provengono da donne che fanno parte di una elite. Noi, però, non possiamo dimenticare che ci sono ancora milioni di donne e bambine nel mondo che vengono sfruttate. E nemmeno che il matrimonio riparatore e il delitto d’onore, in Italia, sono stati abrogati solo 30 anni fa, nel 1981. Non possiamo dimenticare la disparità di genere che ci impedisce di arrivare ai vertici della politica e dell’economia. Di fronte a questo scenario non penso che l’8 marzo possa essere abolito, nonostante sia ormai solo una festa di rappresentanza oscurata da una giornata molto più importante, a mio avviso, come quella del 25 novembre, contro la violenza sulle donne: una data politica. Del resto se qualcuno pensa che non sia necessario battersi ancora per i diritti delle donne allora vuol dire che crede che il 13 febbraio si siano mobilitate nelle piazze del Paese un milione di cretine. Ma sappiamo che le cose non stanno così. L’8 marzo ha una carica simbolica. E serve anche a rammentare la dimensione della storia delle donne, che non è presente in un nessun libro di testo scolastico, dove non si trova traccia della genesi e dello sviluppo del femminismo.
Passiamo alle quote rosa. La presenza femminile nei posti di comando dovrebbe essere un portato della civilizzazione. Invece abbiamo bisogno di leggi…
Non può esistere un processo naturale verso la parità di genere in una società che è dominata dal sistema patriarcale. Numerosi studi ci dicono che agli albori della civiltà vigeva il matriarcato. L’avvento dell’età del ferro ha segnato il definitivo passaggio, secondo molte studiose femministe, alla dimensione patriarcale: i maschi hanno cominciato ad armarsi ed un uomo armato è più forte di una donna, che un’arma non ce l’ha. Anche oggi, esaminando la violenza di genere contro le donne, vediamo che gli uomini esprimono aggressività per ribadire un possesso che sfugge. Lo dicono le statistiche: le donne, tranne rari casi, non uccidono. Gli uomini, invece, uccidono le donne e si uccidono fra di loro. Questo è semplicemente un altro portato di una parata fallica che li porta a essere aggressivi per riaffermare la loro supremazia.
Quindi servono normative?
La parità si può sostenere attraverso un percorso di crescita culturale che porta all’approvazione di leggi. Se una donna è in una posizione di potere può approvare normative a favore delle donne, lavorando anche su un substrato di welfare che le aiuta. Un esempio ci arriva dalla Norvegia, che si è dotata di una legge che impone una presenza femminile pari al 50% nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa. Chi non la rispetta diventa automaticamente fuorilegge e va incontro a sanzioni. Questo, in Norvegia, ha portato a un cambiamento epocale. Quindi bisogna puntare su leggi a favore delle donne e su punizioni nei confronti di chi le trasgredisce.
Non ci sono alternative?
No. A meno che a partire dalle scuole dell’infanzia non si attui una rivoluzione pedagogica, basata sull’educazione di genere e sull’educazione sessuale, che abbatta stereotipi e pregiudizi. C’è chi obietta: sono le donne che allevano i figli. Vero. Ma quasi sempre, per sopravvivere, si adattano agli schemi patriarcali. E lavorare sugli adolescenti è tardivo: si sono già radicati la separazione di genere e fenomeni come il bullismo.
Natascia Ronchetti

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