Olimpiadi, il quinto oro arriva dalla vela: Banti e Tita, la tempesta perfetta

Di fronte a una gara come quella di Ruggero Tita e Caterina Banti c’è davvero poco da dire: medaglia d’oro in quella che è stata una gara praticamente perfetta

Era da 21 anni che la vela non vinceva una medaglia d’oro alle Olimpiadi: a Sydney fu Alessandra Sensini a salire sul gradino più alto del podio con il suo windsurf, la ‘tavola a vela’ che alle Olimpiadi rientra nella categoria Sailing. Lo sport italiano guadagna di nuovo un posto al sole in una competizione tradizionale dove nulla può essere dato per scontato.

Banti Tita
Ruggero Tita e Caterina Banti, dalla vela il quinto oro delle Olimpiadi (Foto FederVela)

Olimpiadi, l’Oro di Tita e Banti

Stavolta a portare a casa l’oro sono Ruggero Tita e Caterina Banti, coppia che arriva sul gradino più alto del podio in un’Italia ubriacata dalle imprese di Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi. E che forse, anche per questo, fanno un po’ meno notizia. Un peccato perché i due talenti che hanno riportato una medaglia olimpica all’Italia tredici anni dopo Pechino meritano davvero di essere raccontati.

Ci tengono a fare sapere che sono solo colleghi, compagni di squadra e ottimi amici. Ma non fidanzati.

Caterina Banti è romana ha 34 anni, è laureata in Studi Orientali con una tesi sull’Islam ed è tornata a fare vela, dopo le prime gare da adolescente, solo a venti anni suonati.  Parla cinque lingue. Una testa davvero speciale e uno spirito di adattamento che è diventato determinante in una gara atipica come quello dei multiscafo Nacra, i catamarani leggeri, che richiedono tante decisioni da eseguire all’unisono e in pochissimo tempo.

Una coppia vincente

Ruggero Tita ha 29 anni e ha iniziato ad andare a vela sulle acque del Lago di Garda: nato a Rovereto da una famiglia con una forte declinazione sportiva, gestisce senza alcuna difficoltà tutto quello che si muove a vela. Parapendio, windsurf, paraglide, kiteboard. Nel frattempo si laurea in ingegneria informatica ed entra nel corpo sportivo della Guardia di Finanza.

Gareggia da solo per molti anni fino a quando dalla federazione non gli arriva la proposta di tentare un’impresa del tutto inedita, domare la vela più veloce, imprevedibile e innovativa del panorama olimpico. Quattro anni fa nasce la coppia con Caterina Banti che diventa inscindibile.

Una gara senza avversari

Il loro percorso è stato a dir poco trionfale: il format precedeva dodici regate prima della cosiddetta Medal Race. Banti e Tita ne vincono quattro, collezionando altrettanti secondi posti e due terzi posti. Il meccanismo è semplice. Ogni vittoria vale un punto, il secondo posto due e così via. Alla fine delle prime dodici regate i migliori dieci equipaggi, quelli che hanno ottenuto meno punti, concorrono alla medal race i cui punti valgono il doppio e diventano decisivi per l’oro. Ma il vantaggio dell’armo italiano è tale che l’argento è già certo.

AI due azzurri resta solo non fare un disastro e marcare stretti gli inglesi John Gimson e Anna Burnet che potrebbero scalzarli dal primo posto solo arrivando primi e con almeno cinque barche di vantaggio. Banti e Tita la giocano di strategia: si mettono in coda e lasciano ai britannici il compito di fare la gara. Chiudono sesti, subito alle spalle dei diretti avversari dandosi alla pazza gioia appena tagliata la boa del traguardo.

Per la vela italiana è il quarto oro nella stria di questo sport dopo Sensini (2000), Leone Reggio (1936) e Strulino-Rode (nel 1952).

La premiazione di Ruggero Tita e Caterina Banti

 

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