Ha destato profondo sconcerto in tutto il mondo la morte di Olivia Podmore, ciclista ventiquattrenne neozelandese esclusa dalla nazionale destinata alle Olimpiadi
I giornali non lo scrivono chiaramente è un’ipotesi che fa troppo male. Ma la morte di Olivia Podmore, con ogni probabilità, è stata autoinflitta: un suicidio. Un’atleta giovane, forte, con 19 titoli nazionali e cinque medaglie d’oro continentali al suo attivo. Che però non aveva sopportato l’idea di essere stata messa da parte dopo l’esaurimento nervoso.

Chi era Olivia Podmore
Quello che è accaduto a Cambridge, piccola cittadina residenziale non lontanissimo da Wellington, isola settentrionale della Nuova Zelanda è ancora al vaglio degli investigatori e del coroner che ha disposto l’autopsia sul corpo della giovane ciclista. Stando a quello che si sa, e dunque alle testimonianze dei suoi familiari e amici, Olivia avrebbe fatto perdere le sue tracce domenica, proprio mentre i suoi compagni di squadra della nazionale neozelandese stavano rientrando dalle Olimpiadi di Tokyo.
Lei alle Olimpiadi non c’era andata: esclusa dalla squadra nazionale di ciclismo su pista a causa di alcuni “problemi di salute”. La pandemia e un infortunio avevano costretto Olivia a cambiare il suo programma di allenamento. Forse aveva forzato troppo i ritmi. Fatto sta che alcune settimane prima delle convocazioni la ragazza accusa alcuni squilibri emotivi, e i tecnici della sua squadra decidono la affidano al supporto psicologico del team ma la escludono dalla spedizione a Tokyo.
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Le ultime ore
Olivia ne fa una malattia. Non accetta di aver lavorato così tanto perdendo il suo obiettivo più grande lei, che a Rio de Janeiro era stata considerata una delle più promettenti nella sua categoria nonostante un esordio olimpico a soli 20 anni. Olivia, apparentemente, ricevuti nei giorni di vita conduce un’esistenza del tutto normale. Esce, incontra la famiglia e gli amici e si allena.
Il suo ultimo appuntamento è con il suo amico Eric Murray, un nazionale di canottaggio, anche lui assente a Tokyo, per una chiacchierata.
Nulla fa pensare a una tragedia. Due giorni dopo di lei non ci sono notizie. Quando i familiari danno l’allarme è troppo tardi: Olivia viene rinvenuta cadavere nel suo appartamento di Cambridge. Il coroner parla di ‘cause in via di accertamento’ ma la scena fa pensare a un suicidio.
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Un ultimo messaggio
Il suo ultimo messaggio è affidato a una storia su Instagram che fa capire molto: “La sensazione di quando perdi, quando non vieni selezionato nemmeno, quando ti qualifichi, quando sei infortunato – scrive Olivia – quando non soddisfi le aspettative della società perché non possiedi una casa e metti tutto in secondo piano il matrimonio, i bambini, perché stai cercando di dare tutto al tuo sport, è diversa da qualsiasi altra cosa” aveva scritto. Da quel messaggio nessuna notizia.
Raelene Castle, portavoce del comitato olimpico neozelandese si dice sconvolta: “A volte non ci sono risposte da dare. Olivia aveva chiesto aiuto: ma anche quando metti a disposizione dei tuoi atleti i migliori servizi psicologici lo sforzo potrebbe non essere sufficiente. Questa è una notizia drammatica che ci fa riflettere e ci chiama al massimo impegno perché non accada mai più niente del genere”.

Genovese, classe 1965, giornalista dal 1984. Vive a Milano da 30 anni. Ha lavorato per Radio (RTL 102.5), TV (dirigendo Eurosport per molti anni), oltre a numerosi siti web, giornali e agenzie. Vanta oltre cinquemila telecronache di eventi sportivi live, si occupa da sempre di sport e di musica, le sue grandi passioni insieme a cinema e libri. Diplomato al conservatorio, autore di narrativa per ragazzi.