Intervista a Sabrine d’Aubergine autrice del blog “Fragole a merenda”

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Sabrine é l’autrice di Fragole a merenda, blog raffinato, diario di avventure quotidiane e affidabilisimo ricettario
La domanda iniziale é ormai un classico delle nostre interviste: perché hai aperto un blog e perché di cucina?
Ho sempre pensato che prima o poi avrei scritto, avrei raccontato la mia famiglia e trasferito le nostre esperienze in un libro. Ho visto nel blog la possibilitá di avere un contenitore per le mie passioni ed é venuto naturale: intrecciare le ricette con le mie vicissitudini. Ho iniziato in sordina, quasi di nascosto dalla mia famiglia, e ho protetto la mia identitá anche per un senso di protezione nei suoi confronti. Racconto anedotti di cose che ci capitano ma abbiamo una vita reale intensa che voglio proteggere.
C’è poi una motivazione squisitamente pratica: il blog mi consente di avere sempre a portata di mano il mio archivio di ricette quando mi sposto tra una casa e l’altra.
Oggi definirei “Fragole a Merenda” come il diario delle mie avventure commestibili: e io non ho mai tenuto un diario, neanche da ragazzina!
Come secgli le ricette per il blog?
Sono quelle di casa, una cucina semplice e autentica, nessuna aspirazione a fare cucina gourmet, anzi: non cerco ingredienti strani, non inseguo mode gastronomiche. A me piace il lato creativo e ludico della cucina: non mi sono mai appassionata alla ricerca della ricetta perfetta e mi piace cucinare proprio perché lo vivo come un’attività di grande libertà.
Cucino e pubblico quello che poi mangiamo e post e ricetta nascono insieme.
La cucina “alta” non mi appassiona, anche se amo mangiare bene e frequento anche ristoranti stellati. Ma ultimamente avverto un po’ di esagerazione. E la trovo decisamente fuori luogo. Ho sempre pensato che i veri “grandi cuochi” siano le persone che in sordina, giorno per giorno, si impegnano per cucinare a casa propria: e tirano su una famiglia.
Se dovessi scegliere uno slogan per il mio blog sarebbe: “mangiare e cucinare bene è possibile: ed è alla portata di tutti!”. Punto esclamativo compreso (perché purtroppo tanta gente pensa che per cucinare ci voglia chissà cosa…)
E la passione per la cucina come nasce?
Inizia un po’ per caso. Io ero l’intellettuale di casa, sempre con un libro in mano, considerata assolutamente inadatta a qualunque attivitá pratica. Poi arrivò il Manuale di Nonna Papera, che iniziai a leggere come un libro più che come un ricettario. Sfogliandolo però me ne sono innamorata: e dalla lettura alla pratica il passo è stato breve.Mia madre mi ha lasciato libera in cucina, dandomi completa autonomía con la sola raccomandazione di lasciarla pulita come l’avevo trovata. La mia “opera prima” fu il ciambellone di Achille: un po’ storto e non esattamente fragrante, ma i miei fratelli apprezzarono. Qualche anno più tardi, scovai una ricetta su un numero della Cucina Italiana: era “il dolce del prelato”, (una specie di mousse di cioccolato racchiusa da un involucro di Pan di Spagna) e divenne il mio cavallo di battaglia. Al punto che venivo regolarmente incaricata di prepararne quantità industriali per i pranzi di Natale a casa di mia nonna (c’erano 24 cugini in trepidante attesa, a fine pasto…)In casa nostra la cucina é sempre stata molto importante: mia madre era una cuoca creativa e piena d’ironia, mio padre molto esigente a tavola. Avevamo una grande casa con una enorme cucina che ne era veramente il cuore e a cui sono legati tantissimi ricordi. Era una casa affollata, sempre piena di gente e mia madre, che ricordo ai fornelli sempre inappuntabile ed elegante, era in grado di preparare cene anche per quaranta ospiti senza battere ciglio (ma erano altri tempi, anche per le padrone di casa…)Insomma le mie lezioni di cucina le ho prese in casa.
E’ cosí che ci si educa al gusto?
L’educazione al gusto é importante, dovrebbe essere parte della formazione. Per esempio conoscere le materia prime. Quando ero piccola, nel giardino di casa nostra avevamo uno spazio dedicato all’orto: lí io e mio fratello ci divertivamo a staccare gli ortaggi e a mangiarli direttamente dalla pianta. E oggi so riconoscere se un pomodoro é fresco dal profumo del picciolo.Sono fermamente convinta che bisognerebbe mangiare meno e meglio, dedicando piú cura alla scelta delle materie prime. La cucina inizia quando si va a fare la spesa e queste sono attenzioni che purtroppo si vanno perdendo.Non sono di quelli che metterebbero alla gogna chiunque non compri alimenti bio – non mi piacciono i talebani della cucina e trovo che certi atteggiamenti rasentino il fanatismo e finiscano per allontanare la gente dai fornelli – ma ho la sensazione che si mangi sempre peggio. E mi dispiace, soprattutto per i bambini.
Hanno quindi ragione i giornali stranieri: la nostra famosa e ottima cucina italiana é a rischio?
Forse sì da un lato c´é il poco tempo a disposizione, che porta a riempire i carrelli di prodotti industriali e omologati. Dall’altra c´é anche quel certo vezzo esterofilo di noi italiani. e spesso si fa fatica a trovare le autentiche ricette della tradizione. Ho recentemente scovato un quaderno di ricette di una mia anziana zia: ci sono piatti fantastici, che non si fanno piú. Bisogna poi ricordare che c´é stata una generazione di donne, quelle che sono state giovani intorno al ’68, che ha avuto un rifiuto quasi ideologico della cucina. Oggi l’atteggiamento è diverso, ma nel frattempo le loro figlie non sanno fare un risotto o distinguere un lievito per torte da uno di birra. All’estremo opposto ci sono quelle che curano il lievito madre come fosse un bambino. Insomma siano in una situazione un po’ schizofrenica, in cui si dà per scontato che certe nozioni di cucina siano ancora patrimonio di tutti, mentre buona parte della tradizione e dell’eccellenza italiana in cucina rischia di andare persa.
Non trovi che comunque ci sia un’attenzione mediatica quasi esagerata sul cibo?
Certamente sì, la cucina è di moda adesso (e tutte le mode portano con sè delle esagerazioni). Ma credo che in parte sia dovuto alla crisi: il cibo è legato alla riscoperta della casa, é un modo per volersi bene, ed è anche un sistema low-cost per stare in compagnia. In fondo, sentirsi dei signori a casa propria è questione di dettagli semplici: una tavola curata, dei piatti cucinati con passsione e… per fare un po’ d’atmosfera basta una candela!
Hai due figli, come li hai educati al gusto?
Li ho coinvolti fin da piccoli in cucina. Ero sola, lontana dai nonni e anche se lavoravo a tempo pieno li ho sempre seguiti io e li ho abituati a destreggiarsi. Adesso entrambi se la cavano bene. Lo dico anche alle giovani mamme che mi scrivono: non bisogna avere paura di coinvolgere i bambini.
Il tuo blog é molto seguito anche su tu hai esposizione minima e sei piuttosto “misteriosa”, come te lo spieghi questo successo?
Quando l’ho aperto non avevo la minima idea della dimensione dello scambio con i lettori, questo é venuto dopo. I miei “amici di penna e fornelli”, come mi piace chiamarli, credo siano tali perché percepiscono che é tutto molto autentico, molto vero quello che traspare dal blog. La mia è una cucina “normale” in cui ci si puó identificare.
Certo, il raccontare anche quello che accade “attorno” ai fornelli crea un legame più stretto, pur se a distanza.
Poi, per me la cucina non é solo mettere insieme degli ingredienti: é anche accudire le persone a cui voglio bene. E probabilmente i lettori percepiscono anche questo aspetto. In ogni caso, quale che sia la motivazione che la determina, la comunicazione con i lettori é uno degli aspetti più gratificanti della mia vita da blogger: ricevo tante mail di persone sconosciute che mi raccontano pezzi della loro vita, e che mi passano anche ricette legate a loro ricordi. Qualche post del blog nasce così.Ho aperto “Fragole a merenda” senza alcun particolare obiettivo, nessuna strategia se non quella di trovare uno spazio per me. Adesso sta diventando una sorta di dimensione parallela rispetto alla mia vita reale e probabilmente prenderá anche altre strade, con progetti diversi. Ma é proprio la dimensione del blog quella che in definitiva sento piú mia.
Fai delle bellissime foto, eri appassionata di fotografía?
Assolutamente no! Ho iniziato con il blog: non amavo la fotografía e nemmeno tanto le foto (non ne ho mai esposte in casa e persino i miei figli se ne lamentano). All’inzio ho preso in prestito la macchina fotografica di mia figlia. Poi ho comprato una reflex: ci ho messo un pomeriggio a farmi capire dal commesso (mi mancava persino il vocabolario per spiegare ciò che volevo) e un anno a capire come funziona.  Solo adesso inizio ad apprezzare il fatto di guardare alle cose anche da un’altra prospettiva: quella del mio obiettivo..
Mi racconti qualcosa del Manuale di Nonna Papera e di tutto quelle che ha generato?
Era un fantastico libro di ricette per bambini, tutt’altro che infantili e banali. Era un ricettario vero e proprio che ha venduto 300.000 copie ed è stato per un’intera generazione di piccoli lettori un autentico successo editoriale. Quando ho lanciato la raccolta di ricette nel mio blog per festeggiare i 40 anni del Manuale mai avrei immaginato che si potesse scatenare una “valanga di ricordi”: ho ricevuto tantissime mail che raccontavano storie di infanzia e di cucina. Ma quello era un libro davvero speciale, senza un’immagine di cibo, solo illustrazioni di personaggi Disney nei panni di personaggi storici: il che la dice lunga sulla capacitá di astrazione che avevamo. Oggi nessuno si sognerebbe di pubblicare un libro del genere senza una foto. Da lí é iniziata anche una mia ricerca personale per capire chi fossero gli autori di quel manuale: è stato un lungo percorso, che mi ha portato a rintracciare una delle autrici. Una storia davvero singolare, finita persino sul Corriere della Sera.

 

Cosa immagini per il futuro del tuo blog?

 

Non mi sono mai posta questo problema: continueró fino a quando ne avró voglia e finché mi divertirò e riuscirò a farlo con spontaneità. Un blog é impegnativo ma lo scambio con il lettori è bellissimo e mi regala molte soddisfazioni. Se invece mi chiedi come si evolverà tutto questo effervescente mondo dei foodblogger, non ti so rispondere… ma sono curiosa anch’io!

 

Un’ultima curiositá: ma come mai proprio “aubergine”, questo nickname cosí vegetale?

 

Il mio “casato vegetariano”, come lo chiamo io, nasce da un’ispirazione. Adoro i bijoux d’epoca e quando si è trattato di scegliermi una nuova identità mi è venuto in mente Fulco di Verdura, che ne disegnava di bellissimi. Il suo non era un nome d’arte, ma un antico casato siciliano: ho pensato che se con un nome che evocava un fruttivendolo lui era riuscito a creare degli oggetti tanto belli e raffinati, io potevo tranquillamente metterci su un blog di cucina! E poi… adoro le melanzane!
Sabrine d’Aubergine
Fragole a merenda
www.fragoleamerenda.it
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