Le donne sono naturalmente condannate a subire una violenza senza fine?

violenzadonne25novembre
Oggi si celebra la giornata contro la violenza sulle donne. I dati sono allarmanti: quasi cento le donne assassinate in Italia nel solo 2012. Qualche passo avanti si è fatto, ma tre le mura domestiche resiste ancora quella cultura millenaria che condanna la donna a una violenza senza fine. Le cose devono cambiare. Ma è davvero possibile? E quanto tempo ancora ci vorrà?

Istituita dall’Onu nel 1999, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne si propone di sensibilizzare governi, istituzioni e cittadini di tutti i paesi su un tema che, da prima della simbolica colpa originaria di Eva lasciatasi tentare dal serpente, ha comportato per milioni di donne di tutte le epoche e di tutti i luoghi, periodici assoggettamenti ad ogni forma di violenza maschile.

Pare che nemmeno nella civile società occidentale del secondo millennio, la questione sia prossima a trovare una qualche soluzione se è vero – come segnala Telefono rosa – che nel solo 2012 sono state quasi cento le donne assassinate. Una ogni due giorni. E quasi sempre in ambito domestico. Ovvero da mariti, fidanzati o ex partner.

Perché stupirsi, del resto, in un Paese in cui il delitto d’onore è stato abolito solo nel 1981, poco più di trent’anni fa? Fino a quell’anno veniva sanzionato con pene attenuate poiché si riconosceva che l’offesa all’onore arrecata da una “condotta disdicevole” valeva come gravissima provocazione. Un’attenuante.

O ancora: perché stupirsi se dalla notte dei tempi le donne sono state considerate bottino di guerra, dono naturalmente destinato al vincitore e al suo totale arbitrio, per qualsiasi esercito abbia calcato anche la più sperduta zolla della più desolata landa al nord o al sud del mondo?

Una qualche spiegazione a questo innata attitudine alla violenza maschile contro le donne ha provato a darla, al solito nel suo stile originale e provocatorio, il giornalista Massimo Fini, che nel suo Dizionario erotico – Manuale contro la donna, a favore della femmina (Marsilio, 2000), scrive:

Fate l’amore e non la guerra è uno slogan femmineo che non ha retto alla verifica della realtà. Infatti la donna, che procrea, è dalla parte della vita, ma l’uomo, fuco sterile, è animato da un oscuro istinto di morte e soffre di un acuto, anche se inconfessabile, inferiority complex nei confronti della femmina. L’uomo si è inventato tutto il resto, l’arte, la letteratura, la scienza, il diritto, il gioco e il gioco di tutti i giochi, la guerra, per coprire in qualche modo questo vuoto, per sopperire alla sua impotenza procreativa“.

Una tesi quella di Fini che, se presa alla lettera, condanna la donna a subire una violenza senza fine. Forse appena mitigata in società apparentemente più pacificate come la nostre. Ma quelle pulsioni più ancestrali hanno sfogo oggi nel chiuso delle mura domestiche, dove la morale pubblica si infrange contro le barriere del privato. E nessuna giornata internazionale creata ad hoc può pensare di rottamare o revisionare una cultura plurimillenaria come quella sopra descritta.

Parole che hanno il segno di una resa definitiva alle ragioni della violenza contro la metà fisiologicamente più debole – facciamocene una ragione – della razza umana? Certamente no. Non più. Non qui e non per questa civiltà. Ma la lotta ha secoli di fronte a sé. E, insieme, il rischio di una millenaria sconfitta. L’ennesima, come le tante che le donne hanno fino ad ora subito.

 

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