Quante sono le vittime della crisi in Italia?

Quasi 200 suicidi all’anno sono considerati vittime di problemi economici. Ma i suicidi c’erano anche prima della crisi. Sono la punta dell’iceberg di un problema più grosso: la terribile crisi del sistema-Italia.
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Quante sono davvero le vittime della crisi in Italia? La tragedia di Civatonova Marche, una coppia di anziani più il fratello di lei che si tolgono la vita non tollerando più l’indigenza nella quale sono precipitati, è solo l’ultima di una sequenza di drammi umani che costellano la più grave crisi economica dal dopoguerra. Secondo gli ultimi dati disponibili di uno studio dell’Istituto di ricerca Eures, solo nel 2010 sono stati 187 i suicidi per motivi economici, 182 gli uomini e 5 le donne. Numeri in costante crescita dal 2008 – 150 le vittime di quell’anno – che hanno visto, finora, il loro apice nel 2009 con 198 persone incapaci di resistere alla pressioni terribili che gravano sulle spalle di chi si trova in difficoltà economiche insormontabili. O che almeno così paiono a chi decide di farla finita.

Naturalmente certi numeri vanno presi con le pinze. Difficile ascrivere alla voce “recessione” scelte personali che troppo facilmente la stampa accorpa nello stesso calderone per giocare sul titolo ad effetto. Le motivazioni di simili drammi sono le più disparate, si va dalla coppia di Civitanova incapace di pagare perfino l’affitto all’imprenditore pressato dai debiti magari per scelte sbagliate. Situazioni che esistono da ben prima della crisi se è vero, come riporta sempre Eures, che nel 2003 i suicidi per “motivi economici” sono stati 101, 98 nel 2004, 123 nel 2005 fino ai 118 del 2007, ultimo anno per l’Italia con il Prodotto interno lordo ancora in crescita, + 1,9 %, prima dei crolli del 2008 (-1 %) e soprattutto 2009 (- 5 %).

E’ assolutamente vero invece che il dramma dei suicidi è l’elemento più vistoso, la punta dell’iceberg, di un Paese gravemente ammalato, accartocciato su stesso e incapace di qualsiasi visione futura oltre le gravi difficoltà del presente. La crisi politica alla quale assistiamo ogni giorno ne è ulteriore sintomo. E senza alcuna guida credibile, come è possibile pensare di rilanciare l’economia e dunque abbassare un tasso di disoccupazione che nel gennaio scorso ha toccato la soglia record dell’11,7% pari a 2 milioni 971mila persone senza lavoro? Condizione che naturalmente è la causa prima delle morti dovute a difficoltà economiche (nel 2010, 17,2 suicidi tra disoccupati per centomila abitanti seguiti da 10 tra lavoratori e liberi professionisti, sempre per centomila abitanti).

Ma perché, diversamente da quanto accade in altri paesi europei, la disoccupazione in Italia può trasformarsi in un vero e proprio dramma senza uscita? Perché da noi se non si ha alle spalle l’unico ammortizzatore sociale che davvero funziona, la famiglia, perdere il lavoro significa trovarsi totalmente soli e abbandonati nella difficoltà. Non che nel Belpaese non esista un welfare di stato nel quale, pur se oggetto di costanti tagli di anno in anno, sono riversati miliardi di risorse pubbliche. Secondo uno studio della Bocconi, noi spendiamo in welfare la stessa quota del Pil del Regno Unito, e poco meno di Francia e Germania. Il punto è che qui le risorse sono ripartite malissimo, secondo logiche vecchie, ulteriormente azzoppate da una burocrazia elefantiaca (il 74% dei soldi spesi in welfare vengono gestiti da istituti nazionali quali INPS, INAIL, ecc., un altro 24% passa per le mani di Stato e Regioni, solo il 2% è amministrato dai livelli di governo locali), piegate a schemi corporativi che sono il vero freno a qualsiasi sviluppo per il nostro Paese.

Perché ad esempio investire milioni per salvare aziende magari decotte e garantire ad alcune categorie anni di cassa integrazione o mobilità (vogliamo citare il caso Alitalia?!?) e lasciare invece senza un minimo di tutela gli oltre 4 milioni – 4.080.000 per l’esattezza – di lavoratori che, dato 2012, in Italia si trovano nella cosiddetta “area del disagio” (l’insieme dei dipendenti temporanei, dei collaboratori che lavorano a tempo determinato, degli occupati stabili che svolgono un lavorpart time perché non in grado di trovare un lavoro a tempo pieno) con un incremento di 718 mila unità, pari al 21,4%, rispetto al 2008?

Perché invece di elargire sostegni “a pioggia” così da far perdere efficacia all’intero sistema, l’Italia è l’unico paese europeo insieme a Grecia e Ungheria a non disporre di un reddito minimo garantito? Una forma di sostegno a chi si trova in difficoltà (diverso dal cosiddetto redditto di cittadinanza che è altra cosa) che, secondo l’economista Tito Boeri, potrebbe costarci tra gli 8 e i 10 miliardi di euro a fronte un sostegno mensile per disoccupato di 500 euro. Poca cosa, d’accordo, ma che certo potrebbe far sentire meno solo chi si trova temporaneamente senza stipendio. Il punto è che il reddito minimo garantito andrebbe accompagnato da un parallelo sistema di ricollocamento nel mondo del lavoro (un sistema integrato di flexecurity) che al solito, in Italia, è quasi una barzelletta. Avete mai provato a mettervi nelle mani di un Centro per l’impiego? Il solito elefante inutile che – ma questa è un’opinione del tutto personale e non un fatto – serve in primo luogo a perpetuare se stesso come del resto decine e decine di altre organizzazioni e strutture pubbliche in Italia.

E qui il cerchio si chiude. Se il problema italiano fosse solo quello di una crisi economica che è stata globale ma che molti altri paesi hanno già lasciato alle spalle, potremmo quasi dormire sonni tranquilli, viste le risorse che questo Paese ha sempre dimostrato di avere. Ma è l’intero sistema-Italia come è stato concepito dal dopoguerra in poi a dimostrarsi ogni giorno di più una corda lì lì per spezzarsi. Dunque, è una vera e propria crisi di modello, la nostra. Una crisi che nessuno, al momento, sembra minimamente in grado di risolvere. E che, drammaticamente, mieterà molte altre vittime.

 

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