Naturale uguale buono? L’illusione della sostanza miracolosa

I supermercati sono invasi da prodotti “100% naturali” e altri pubblicizzati come panacee per tutti i mali. Ma quanto c’è di vero?

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I supermercati si sono trasformati in farmacie. Da qualche anno la parola magica è diventata “naturale”. Naturale uguale sano, naturale uguale buono. Il marketing dell’industria alimentare ha cavalcato prima l’onda del biologico, poi del biodinamico (perché il biologico non bastava più), e in tutti i supermercati ci sono centinaia di prodotti pubblicizzati come “naturali”. Perché?

Il motivo è molto semplice. Una cosa è buona da mangiare se è buona da pensare, scriveva l’antropologo Marvin Harris in un suo celebre saggio. Ma ancora prima di mangiarla, dobbiamo comprarla. E una cosa è buona da comprare se è buona da pensare. Ovvero, tra due prodotti molto simili il consumatore medio è portato a scegliere quello che sembra “far bene”.

Il selenio fa bene. Il ferro fa bene. Il tè verde fa bene. L’omega 3 fa bene. La vitamina C poi non ne parliamo. Ma quanto c’è di vero e quanto si tratta invece di studiatissime scelte di marketing?

“Gli omega 3 fanno bene, l’ho letto su un giornale!”

L’argomento viene trattato con ironia e precisione dal chimico e divulgatore scientifico Dario Bressanini nel suo ultimo libro “Le bugie nel carrello” edito da Chiarelettere. Un tour tra gli scaffali, una vera guida per il consumatore consapevole, tra prodotti biologici e altri non molto lontani dalle sostanze miracolose di qualche secolo fa.

Il chimico analizza diversi prodotti sottolineando come le proprietà benefiche tanto sbandierate siano spesso non dimostrate a livello scientifico. Su molte di queste abbiamo solo una vaga idea che ci facciano bene – magari perché l’abbiamo letto o sentito da qualche parte – ma non sappiamo esattamente se è vero e perché.

“Non sempre le presunte proprietà taumaturgiche sono comprovate dalla ricerca scientifica” scrive Bressanini. “Inoltre ci si dimentica spesso di specificare la quantità quotidiana necessaria per ottenere l’effetto sperato.”

Ad esempio: quanti di noi sanno esattamente cosa sono gli omega 3? Sappiamo che ci fanno bene. Ma di quale quantità abbiamo bisogno? E fanno bene a tutti? Normalmente non ce lo chiediamo: se vediamo su una confezione di un alimento la scritta “contiene omega 3” lo compriamo senza farci troppe domande. Domande alle quali è difficile rispondere “senza avere una laurea in medicina. Ed è proprio su questo che gioca l’industria alimentare per differenziare i suoi prodotti”. Di solito ci basta aver letto qualche riga su una rivista dove si consigliava di assumere omega 3: compriamo, paghiamo, arrivederci e grazie.

Le patate intelligenti

Il marketing alimentare negli ultimi anni si è dato molto da fare. A volte inventando veri e propri miti, come il misterioso Kamut o il tè verde, altre volte riuscendo a trasformare una semplice patata – cibo povero per eccellenza – in qualcosa di più di una semplice patata. Le patate al selenio fanno diventare più intelligenti? Non esattamente, non è così semplice. Le cose, in realtà, come sempre quando si parla di chimica e di corpo umano, sono molto più complesse. Ma il consumatore che si trova tra gli scaffali di un supermercato non ha certo una laurea in chimica – qualcuno sì, ma la maggior parte no – e di sicuro non ama farsi troppe domande.

Eppure “sarebbe il caso di informarsi prima di sborsare quei soldi in più, pochi o tanti che siano” scrive Bressanini. Pensateci la prossima volta che fate la spesa.

 

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