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La guerra dei mondi: come i vecchi media non si arrendono all’avanzata del Web

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La stampa è quasi morta, la tv non ancora. Ma il Web è uno dei pochi settori in crescita in termini di investimenti pubblicitari. I grossi gruppi editoriali lo sanno bene. Eppure in tv vediamo i soliti noti e raramente i direttori di giornali on line: internet cresce, ma in Italia si continua a ignorarlo. Come mai? Perché è in atto una guerra, tra il nuovo mondo e il vecchio mondo.

Chiamatela pure “La guerra dei mondi”. Campo di battaglia, non il pianeta terra come nel classico della fantascienza, ma l’informazione. I contendenti: da una parte tv e carta stampata, numericamente ormai poca cosa, dall’altra l’enorme massa critica di blog, quotidiani e riviste solo online, web-radio e webtv e, naturalmente, i social network. Obiettivo da conquistare per entrambi gli eserciti: la più bella giù in città. Ovvero, la pubblicità. Detto meno poeticamente, quel mercato senza il quale ormai giornali e giornalisti, telecronisti e televisioni, potrebbero tranquillamente spegnere il segnale, fermare le tipografie, e ritirarsi a vita privata. Nonostante la pletora di organi di stampa beneficiari di finanziamento pubblico, diretto o indiretto. Nonostante il canone per mamma Rai.

Insomma, tutti a casa senza la grande torta degli investimenti pubblicitari. Che, come qualsiasi altro settore, risente della crisi, ma che continuerà ad assere anche in futuro la principale fonte di sostentamento per fare informazione. In attesa dei dati definitivi, nel 2012 si segnala già una forte contrazione del mercato, – 14 % rispetto all’anno precedente, per un ammontare complessivo di poco superiore ai 7 miliardi di euro.

Dei minori investimenti delle aziende nella comunicazione, ci perdono un po’ tutti. Da bollettino di guerra gli ultimi dati del novembre 2012: quotidiani -17%, periodici -18%, tv -15%, radio -10%. Con l’aggravante per la carta stampata che, se la televisione continua ad esercitare un certo appeal sui telespettatori (in crescita del 3,3 % secondo il rapporto Nielsen 2012), sono sempre meno i lettori di giornali e riviste, in trend negativo da ben cinque anni: la diffusione media giornaliera dei quotidiani a pagamento è scesa sotto i 4,5 milioni di copie giornaliere perdendo, tra il 2006 e il 2011, più di un milione di copie giornaliere di diffusione, pari a poco meno del 20% del totale. Uno dei pochi settori in crescita in termini di investimenti pubblicitari continua ad essere il web, che segna per l’anno appena concluso un positivo +5,3%, anche se inferiore alle previsioni.

Ma i numeri della crisi non devono confondere le acque, la vera questione è la spartizione della torta, che oggi resta del tutto sproporzionata nel rapporto tra volume d’affari (sul web finisce poco meno del 10% degli investimenti) e il numero totale di fruitori dei vari media. Per Internet, l’audience nel giorno medio registra 14,8 milioni di utenti (+13,2% rispetto al 2011) che utilizzano il mezzo per 1 ora e 26 minuti. Stiamo parlando dunque di numeri ormai enormi. Per di più inevitabilmente in continua crescita, vista la diffusione di smartphone e tablet, ossia della connettività mobile. Vero è che non tutti questi utenti finiscono sui siti d’informazione, ma come negare l’importanza sempre maggiore che riveste il settore?

Qualche dato per capirci. Escludendo grandi player presenti sia su carta che su web (per citare i due maggiori, Repubblica e Corriere) la crescita dell’informazione online only manda segnali ormai ineludibili. Prendiamo ad esempio i dati audiweb giornalieri relativi al solo novembre dell’anno scorso. Blogo.it ha raccolto 498 mila utenti unici e quasi 2 milioni di pagine viste; Alfemminile.com 354.898 utenti e oltre un milione e mezzo di pagine viste; l’aggregatore Liquida.it oltre 260 mila visitatori unici e 860 mila pagine viste; Lettera43.it, il quotidiano online diretto da Paolo Madron, 127 mila visitatori unici; Il Post di Luca Sofri quasi 50 mila; Linkiesta.it di Jacopo Tondelli poco più di 20 mila. Questo per citare solo i brand più celebri e, se vogliamo, più tradizionali come impostazione. Escludendo quindi la capacità di fare informazione dei social network come Twitter e Facebook, o forme più sperimentali di giornalismo, completamente web oriented, come l’interessantissimo Italia2013 lanciato appena qualche giorno fa da Riccardo Luna e Marco Pratellesi.

Certo, numeri ancora lontani rispetto a un tg o a una puntata di un talk show di successo, ma certamente sempre più vicini, e insidiosi, a quelli della stampa su carta. Che comunque la si metta, è destinata a un dignitoso addio negli anni a venire. Così come la televisione che conosciamo oggi, anche se per quest’ultima i tempi si prospettano più lunghi, soprattutto in un Paese demograficamente composto da un numero crescente di anziani.
Questo il futuro. Il presente invece è segnato da una lotta piuttosto feroce, la guerra dei mondi di cui sopra, tra la Santa Alleanza di tv e giornali contro la rete. Intendiamoci, non che i grandi gruppi editoriali non siano consapevoli della transizione in corso tra vecchi e nuovi media, ma appunto, nel passaggio, è loro massimo interesse non perdere una briciola della torta a favore dei nuovi player nati e cresciuti esclusivamente in Internet.

Vi siete mai chiesti perché, ad esempio, a fare gli opinionisti nei talk show siano quasi sempre solo i direttori o i giornalisti della carta stampata? Insomma, i soliti noti? Perché trendsetter e influencer del web, blogger da centinaia di migliaia di visite al mese, direttori di riviste online come sopra in tv e sui giornali vengano chiamati col lanternino? Se non ignorati del tutto? Come diceva il sempiterno Giulio Andreotti, “a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca”.

 

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