Intervista con la capitana della nazionale di rugby

Silvia Gaudino, capitana della nazionale, ci parla del rugby femminile in Italia, del torneo Sei Nazioni appena concluso e della sua vita dentro e fuori dal campo

 silvia gaudinoL’abbiamo seguita nelle scorse settimane durante il torneo Sei nazioni 2014 (potete leggere qui della partita Irlanda-Italia e qui quella di Italia-Inghilterra). È Silvia Gaudino, capitana della nazionale femminile italiana di rugby, nonché una delle giocatrici più rappresentative del movimento. Abbiamo fatto con lei una bella chiacchierata.

Come hai iniziato a giocare? È stato difficoltoso o avevi strutture e squadre vicino a casa?

Ho iniziato un po’ tardi, avevo già 17 anni. Mio padre giocava a rugby e poi ha fatto l’allenatore, quindi in famiglia si è respirato aria di rugby fin da quando sono nata. Ho però deciso di provare a giocare con un’amica solo alle soglie della maggiore età.

Com’è stato il primo impatto con il gioco?

Mi è piaciuto immediatamente, le prime volte è un po’ strano, i contatti, le “botte”, le cadute a terra. Ma quel momento è passato subito e con l’ovale è stato amore a prima vista.

Molte mamme ci leggono e magari alla sola idea della propria figlia in un campo da rugby penseranno: «Assolutamente no».

Può essere una paura comune ma in realtà non ci si fa più male che in altri sport. Naturalmente è importante essere preparati fisicamente e ben allenati. Per altro nelle giovanili il contatto e i rischi sono minimi. Fino ad una certa età si mira a sviluppare la motricità ed è tutto  un grande gioco (il vostro redattore, se ce ne fosse bisogno, conferma: si è fatto più male giocando a basket che a rugby e la frattura al malleolo sinistro se l’è fatta camminando in montagna…).

Come si svolge la giornata tipo della rugbysta?

Siamo tutte dilettanti, io lavoro durante il giorno, la sera ci sono gli allenamenti con il club; nel nostro caso facciamo tre allenamenti e poi io negli altri giorni faccio due sedute in palestra. In pratica ho “libero” soltanto il sabato: è impegnativo ma dà anche tante soddisfazioni.

La tua società, la Rugby Monza, è una delle più forti nel panorama femminile italiano: come sta andando l’attuale campionato?

Siamo attualmente quarte ma dobbiamo recuperare due partite, quindi ci giochiamo in queste ultime gare l’accesso al barrage, dove passano le prime tre del girone. Poi sarà lotta per lo scudetto.

Monza è una società ben strutturata, offre dal rugby touch (dove il placcaggio è sostituito con un semplice tocco) fino ai livelli più alti del rugby a 15? Questo è importante perché permette a persone di tutte le età di accedere alla palla ovale, non solo gradualmente ma anche con diverse forme di gioco, adatte a tutti.

Esatto, in tutti i settori c’è stata crescita, dal giovanile, al touch, a noi ragazze negli ultimi anni c’è stato un boom e la società fa un’ottima propaganda nelle scuole. Se poi è difficile formare una squadra completa maschile lo è ancora di più per il settore femminile ma se si lavora bene si ottengono degli ottimi risultati.

Rugby al tocco, rugby a sette, possono essere dei modi per allargare il numero degli atleti; per altro ora il rugby a sette diventa disciplina olimpica.

Certamente, ad esempio è stato importante rendere obbligatorio avere per ogni squadra anche una under 16 femminile così da “costringere” a costruire un settore giovanile che darà linfa e continuità al club e alla prima squadra. Anche la versione a sette può essere utile, tanto più che è quella che si giocherà alle olimpiadi, ma è quasi un’altra disciplina rispetto al rugby a 15: si corre di più, si fanno passaggi molto larghi, le fasi statiche sono diverse. Può essere interessante oltre che come disciplina autonoma, di cui in Italia c’è uno specifico campionato, anche come momento propedeutico per permettere di giocare a team più piccoli (ora ad esempio si gioca una Coppa Italia di seven in metà campo che è molto utile per far comunque giocare le squadre con poche atlete).

Parliamo un po’ della nazionale: tu sei una delle giocatrici simbolo e hai un ruolo non semplice, il numero 8, terza centro, quello che nella nazionale maschile, per capirsi, è dell’altro capitano Sergio Parisse.

Mi piace tantissimo giocare come numero 8, ho anche giocato flanker, ma il numero 8 mi piace di più, è un ruolo molto completo che richiede di essere in grado di fare tante cose: portare fuori palla dalle mischie chiuse, partecipare alle touche, essere sicura nelle prese, recuperare le palle alte e risalire il campo.

Cosa ci dici del 6 Nazioni femminile 2014?

Il torneo è andato abbastanza bene con due vittorie, una in Galles e una in casa con la Scozia. Anche con le inglesi è stata una buona partita nonostante il punteggio: abbiamo tenuto per tantissimo tempo il possesso palla, attaccato nella loro metà campo, purtroppo senza riuscire a marcare punti. Non sarebbe stato male finire il torneo segnando almeno una meta nell’ultima partita.

Una cosa che a me piace moltissimo del rugby femminile è che ha mantenuto inalterato lo spirito autentico della palla ovale. Le partite della nazionale femminile hanno un clima familiare e uno spirito di fondo molto genuino, un po’ come accade nelle serie più basse dove ci si prepara da sé la pasta e i giocatori stessi spillano la birra per il terzo tempo.

Sì, è tutto molto “friendly”: nel terzo tempo siamo insieme ai tifosi, c’è molto più contatto diretto, meno formalità. C’è chiaramente la tradizionale cena di gala ufficiale con le avversarie, con tanto di tailleur e abito da sera, ma poi c’è anche la festa con le famiglie e gli appassionati. E sono momenti molto belli.

Quest’anno ci sono i mondiali ma purtroppo noi non ci saremo.

È stata una grossa delusione. Dovevamo battere il Galles nello scorso sei nazioni e abbiamo perso di un punto. Nel torneo di qualificazione successivo di Madrid, anche se abbiamo battuto Scozia e Samoa (e Samoa ci sarà al mondiale), per le regole di accesso siamo state escluse. Comunque ora l’obiettivo da non mancare è il mondiale 2018, la strada che stiamo percorrendo è corretta e dobbiamo rafforzare i progressi che stiamo facendo.

Tu sei capitano della nazionale, come vivi questo ruolo?

È un grandissimo onore ma anche una grossa responsabilità: devi essere sempre di esempio, tirare su le ragazze se sono giù di morale, dare delle motivazioni, non è un ruolo semplice. Inoltre in campo ho l’incombenza di prendere le decisioni giuste e in quei momenti hai solo una alternativa da scegliere, se decidi bene è merito tuo, se sbagli sei la sola responsabile.

Vuoi dirci qualcosa sulla tua vita fuori dal campo, cosa fai nel tempo libero?

Faccio tante cose, pure nel poco tempo libero che ho: vado a teatro, leggo, amo cucinare, esco con il mio cane (quello che vedete nell’immagine di apertura N.d.r).

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