“Dicono di loro”: storie di donne che seguono il loro istinto. Alessandra Bettari, presidente di Fendi Japan

La seconda intervista della sezione dedicata a Donne sparse per il Mondo

1 febbraio 2010 – da Tokyo, Paolo Soldano

Arriva sulla sua bicicletta verde acqua, destreggiandosi tra i passanti di Daikanyama, una delle zone più trendy di Tokyo, con i suoi capelli rossi al vento e gli occhiali dalla montatura spessa solcati sul nas
o. Sembra agitata. “Ho appena rischiato di essere investita da un motorino”. E’ la prima cosa che mi dice. “Sono passata con il rosso, è colpa mia… Dove andiamo?” – E con un sorriso sembra dimenticare tutto.
Alessandra Bettari, classe ’65, originaria di Chiasottis (frazione di 95 abitanti di Pavia di Udine) ha vissuto più tempo in Giappone, dove si è laureata, che in Italia. Si definisce “onesta, discreta, lunare, ottimista di natura”.

Quello che le permette di vivere? La sua immaginazione.
La cosa peggiore che uno possa fare dal punto di vista lavorativo? Piangersi addosso.
“Non assumo mai nessuno che ha un minimo sentore di questo tipo”.
al
Volevo farti la solita domanda rompighiaccio “segni particolari?”, ma preferisco cominciare dalla fine. Sogni particolari?
Una casa sul mare a Kailua, Hawaii, magari a fianco a quella di Obama. Sono stata lì durante le vacanze natalizie e l’ho trovato un posto meraviglioso.

Hai incontrato Obama?
L’ho incrociato qualche volta, sulla spiaggia, ci siamo salutati. Impossibile avvicinarsi comunque, era sempre circondato da guardie del corpo.

Da un anno sei presidente di Fendi Japan, dopo averne passati 8 in un’altra casa di moda, Furla. Sotto di te 230 dipendenti. Come definiresti il tuo lavoro?
È un lavoro in cui gestisco persone e problemi: in una posizione manageriale è questo quello che si fa. E’ faticoso, difficile, le soluzioni non sono mai ovvie e forse per questo continuo a trovarlo stimolante

Ti trovi bene nella posizione in cui sei?
Non so cosa significhi “trovarsi bene”: raramente mi sento del tutto “padrona” della situazione, I cambiamenti e gli imprevisti sono l’unica costante  e riesco sempre a mettermi in circostanze “scomode”. Se no che gioco e’?

Cosa ti ha aiutato di più nella tua carriera?
La testardaggine, il fatto di non voler mollare mai, di essermi sempre spinta oltre il mio livello di sopportazione.

Come ti guardano i tuoi dipendenti uomini?
Appena entrata in azienda c’è stata un po’ di diffidenza, come c’è tra tutti gli animali: poi “ci si annusa”, ci si conosce, si instaurano rapporti di fiducia. Essere donna e straniera mi ha sempre aiutata: mi ha dato libertà.

Perché hai lasciato Furla?
Era diventata una situazione molto “comfortable” e tutto era prevedibile (tranne il mercato, chiaramente). Nonostante avessi un team stupendo, non mi sentivo più messa in discussione.

Cosa non rinunceresti del tuo passato?
L’essere andata via di casa a 21 anni. Mi sono subito abituata a correre dei rischi e a prendere delle decisioni. Qualsiasi lavoro abbia fatto l’ho affrontato sempre con determinazione e con impegno. L’unica cosa che non sono riuscita a fare è stata la cassiera da McDonald’s: quell’esperienza mi ha fatto capire tante cose, in primo luogo che vivere non era così banale come credevo. Così sono tornata a casa e mi sono iscritta all’università – anche se poi l’ho lasciata dopo due anni per partire per Tokyo.  Sono un’autodidatta e come tale non ho la “certezza dei testi” a cui fare riferimento, per affrontare una cosa ci devo sbattere la testa contro. Testa abbastanza dura, fortunatamente.

Com’era il Giappone alla fine degli anni ’80, quando sei arrivata?
Vibrante, energico, pieno di cose da fare: mi sembrava di essere dentro a Blade Runner, catapultata dal Medioevo al futuro. Anche se non ho più questa sensazione, Tokyo rimane una città fresca, allegra, con un’energia giovane. Qualche volta un po’ infantile.

Si parla tanto di “Sistema Italia”, un po’ a tutti i livelli: economico, sociale, istituzionale. Qual è, se c’è, il “Sistema Giappone”?
Il “Sistema Giappone” esiste, è presente, è per questo che non c’è bisogno di parlarne. C’è un substrato che supporta da ogni punto di vista, anche attraverso regole non espresse che fanno parte della società. È il Sistema per antonomasia, ci si riconosce nell’altro, ci si identifica e non lo si critica.

Quali consigli daresti alle giovani donne alla ricerca del primo impiego?
Fate quello che volete con una certa dose di ottimismo, e non pensate mai che quello che state facendo non è sufficientemente importante. Fatelo bene, nella situazione in cui siete, e siate sempre aperte a cogliere le opportunità, che è un fattore determinante. “Avere culo è un talento”, come diceva Napoleone, e va coltivato con dedizione e allegria.

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