Donne e lavoro, una riforma a metà ( seconda parte )

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 Donne e lavoro – Vittime del gender gap retributivo anche le professioniste

Chiamiamola Lucia. Ha 25 anni, una laurea in tasca in Economia ottenuta con un bel 110 e lode. E’ appena entrata nel mercato del lavoro e quasi non le sembra vero di avere ottenuto un contratto a tempo indeterminato. E’ riuscita ad aggirare un ostacolo che per altre è quasi insormontabile: la precarietà. Certo, la retribuzione è bassa. “Ma sono solo all’inizio”, pensa fiduciosa. Davanti agli occhi vede la carriera, un futuro luminoso. E invece il sogno si infrange quando il suo responsabile comincia ad avere troppe attenzioni per lei. Inequivocabili. Cerca di resistere ma si scontra rapidamente contro la realtà del ricatto. Storia vera e neppure isolata. Anzi, una delle tante. “I casi di molestie sessuali sul lavoro sono in aumento – conferma Rosa Amorevole, consigliera di parità della Regione Emilia Romagna -. Ma le donne sono sempre meno disposte a subire prevaricazioni. Un tempo chiedevano il trasferimento oppure si licenziavano e cercavano un altro posto di lavoro. Adesso si rivolgono sempre più spesso alle consigliere di parità”. Il sommerso sta emergendo ma gli strumenti per contrastare le molestie sessuali di cui sono vittime tante donne sono sempre gli stessi. Un fenomeno che si accompagna a un gender gap nelle retribuzioni che non sembra destinato a ridursi. E ancora una volta ci ritroviamo ad avere probabilmente perso una occasione per fare davvero piazza pulita delle discriminazioni. “La riforma Fornero? Diciamo che introduce misure con un forte impatto simbolico”, taglia corto Amorevole. Troppa enfasi per provvedimenti che in fondo possono essere considerate solo un rafforzamento del principio di uguaglianza? La Regione Emilia Romagna ha scelto di lavorare a testa bassa, “perché certi temi non hanno bisogno di protagonismi”, dice Amorevole. E, tanto per fare un esempio, ha passato al setaccio i redditi dei professionisti, maschi e femmine. Per poi avere la conferma che è ancora davvero lontano il giorno dell’effettiva parità. Prendiamo i commercialisti. Le donne, in questo settore, hanno un reddito medio di poco superiore ai 42mila euro, gli uomini vantano più del doppio: sono a quota 85mila. Stessa musica per gli avvocati. Le donne viaggiano su un volume d’affari di quasi 45mila euro, i colleghi uomini le surclassano arrivando mediamente ai 110 milioni. Differenze che si ripetono per architetti, consulenti del lavoro, ingegneri, psicologi, medici, veterinari. Cosa che smentisce persino l’Europa. Per Bruxelles il differenziale medio di retribuzione tra maschi e femmine si aggira intorno al 5%. In realtà la situazione è molto più grave, come confermano i numeri provenienti dall’Emilia Romagna, che come fonte ha utilizzato le casse previdenziali. E su questo fronte non esiste una legislazione che tuteli le donne dalle discriminazioni retributive. “Non sembra che la riforma del lavoro messa a punto dal Governo – osserva a sua volta il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy -, preveda interventi concreti , efficaci e diretti ad hoc per aumentare il tasso di occupazione delle donne, nonostante nel testo governativo si parli di interventi volti ad una maggiore inclusione delle donne. La mancanza di efficienti servizi per conciliare lavoro e famiglia, viene colmato con voucher per la prestazione di servizi di baby-sitting per 11 mesi successivi alla maternità obbligatoria. E il seppur condivisibile intervento per scongiurare dimissioni in bianco appare più teso ad evitare abusi che a promuovere attive politiche per ridurre il gap occupazionale femminile”. Che per le donne sia ancora la maternità lo scoglio più difficile da superare è confermato dai numeri sui contratti part time. Interessano, nel nostro Paese, 2.825.000 lavoratori, dei quali solo una quota minima è costituita da uomini. Le donne, al contrario, sono la maggioranza assoluta: 2.296.000. Dati alla mano sono dunque le lavoratrici madri ad accollarsi il peso maggiore della genitorialità e le carenze di una organizzazione sociale e produttiva che le penalizza, incapace di offrire risposte adeguate all’esigenza di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro.

Vedi anche: la prima parte della nostra inchiesta Donne e lavoro

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