Donne e lavoro, una riforma a metà? Inchiesta

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Donne e lavoro. Una riforma a metà? Parte oggi un’inchiesta di Donne sul Web sul ddl del ministro Elsa Fornero e sull’occupazione femminile.
Ha ragione da vendere Rossana Rosi, responsabile nazionale delle Politiche di genere della Cgil, quando dice lapidaria: “Questo Paese maltratta le donne”. Ma in fondo ha ragione anche Alessandra Servidori consigliera nazionale di Parità, quando osserva: “Si era mai visto un Governo che ci convoca prima di mettere mano a misure straordinarie per la ripresa economica?”. Già, non si era mai visto. Perché è stato proprio Mario Monti a chiamare a Palazzo Chigi le consigliere disseminate sul territorio nazionale mentre si apprestava a varare il cosiddetto decreto “Salva Italia”. Un bel segnale politico, certo. Abbastanza altisonante anche per chi è abituato a fare orecchie da mercante. Dopo è arrivata la riforma del lavoro firmata dal ministro Elsa Fornero, che al Paese per prima cosa ha detto: “Penserò ai giovani e alle donne”. Promessa mantenuta? Sulla carta sì.
Con l’estensione degli obblighi di convalida delle lettere di licenziamento per tentare di cancellare lo scandalo delle dimissioni in bianco di cui sono vittime le giovani lavoratrici: almeno un milione, secondo l’Istat, tra il 2008 e il 2009.
Con i voucher per la baby sitter, con il congedo parentale obbligatorio per i papà: tre giorni alla nascita di un figlio. Infine con il via libera al regolamento che detta le modalità di attuazione della legge sulle quote rosa nei Cda delle società controllate dalla pubblica amministrazione. “Tutto bene – dice l’economista Patrizio Bianchi, rettore dell’Università di Ferrara e assessore regionale al Lavoro dell’Emilia Romagna (nella foto, ndr) -, a patto che non mi si venga a dire che siamo di fronte a una riforma. Semmai si tratta di un richiamo, che ribadisce un principio cardine della nostra Costituzione. Il segnale è rilevante ma non tale da incidere in profondità. E’ necessario che venga coniugato quanto prima con un’azione politica per lo sviluppo economico del Paese che ragioni sulla spesa pubblica ma anche sugli investimenti, sul sostegno ai consumi e su come ampliare la platea delle imprese trainanti a livello internazionale. Quanto a noi per aumentare il tasso di occupazione femminile abbiamo fatto un forte investimento sulla formazione. Perché il Paese si può riprendere non solo se produce ma se produce valore aggiunto”. E allora basta il richiamo politico per colmare il gender gap e raggiungere finalmente gli obiettivi fissati a Lisbona dall’Europa, quel traguardo del 60% di occupazione femminile che per l’Italia è ancora lontanissimo? Oggi il Bel Paese appare ancora sordo anche ai ripetuti richiami di Bankitalia, che, numeri alla mano, ricorda che la piena occupazione femminile garantirebbe una crescita del prodotto interno lordo di sette punti percentuali. Insomma, quel 60% ci garantirebbe maggiore ricchezza. E invece, osserva sconsolata Rossana Rosi, “siamo al 46,2%, e avremmo dovuto centrare l’obiettivo entro il 2010. Le donne sono vittime di discriminazioni sul lavoro sia in entrata, sia durante il percorso professionale, sia in uscita. Le giovani si affacciano sul mercato con titoli di studio più elevati rispetto agli uomini, ma non trovano lavoro e se lo trovano hanno una qualifica inferiore a quella a cui avrebbero diritto. E tutto deriva dalla maternità. Ai colloqui si sentono sempre chiedere se sono sposate, se hanno intenzione di avere figli. Tutto ciò genera precarietà, con contratti atipici. La crisi ha peggiorato la situazione: le prime ad essere collocate in cassa integrazione sono le donne, che percepiscono mediamente una retribuzione inferiore del 15-18% rispetto ai colleghi maschi”. Secondo i sindacati sarebbero circa una su quattro le donne vittime di discriminazione sul lavoro. Stima, certo. E probabilmente sovradimensionata. Ma il fatto è che – a parte i rari numeri che ci dispensa l’Istat – nessuna struttura ministeriale ha mai monitorato il fenomeno, raccogliendo in una banca dati le denunce formali arrivate agli uffici provinciali del lavoro, tanto per fotografare almeno la punta dell’iceberg, ciò che affiora. E dire che Banca d’Italia, poche settimane fa ha provato a fare il punto, disegnando un quadro desolante. Per esempio ha passato al setaccio gli istituti di credito: il 60% non ha una donna ai vertici, quelle ai posti di comando nelle società quotate in Borsa non sono nemmeno il 10%. Percentuali che collocano l’Italia al penultimo posto in Europa per quanto riguarda le banche. Peggio di noi fa solo il Portogallo, ci divide un mare dalla solita, politicamente corretta, Svezia, che svetta su tutti. Basterà la riforma Fornero, sulla quale si sono calamitate imponenti aspettative, per cambiare passo? A rispondere di no è una giuslavorista come Patrizia Tullini, docente di diritto del Lavoro all’Università di Bologna. “Siamo di fronte a una riforma che viene agitata come una bandiera – dice -. Anche perché senza risorse non si può incidere. Affermare la parità senza politiche accompagnate da finanziamenti significa fermarsi alle enunciazioni di principio. Condivido tutti gli obiettivi ma non si possono mettere in campo tante cose tutte insieme: l’articolo 18, la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro…E il congedo parentale obbligatorio di tre giorni per i neo papà non è davvero una grande conquista”.

(continua)

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