Cosa succede se l’Italia esce dall’euro

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La domanda è nell’aria da tempo: cosa succede se l’Italia esce dall’euro? Da una parte c’è chi descrive panorami apocalittici, dall’altra chi una ripresa delle esportazioni e dell’occupazione. Ma anche chi ricorda che questo modo di confrontarsi su una questione così complessa è sbagliato. Anche perché il problema forse non è solo l’Italia, ma l’Europa.

Dopo l’euro l’apocalisse? Il dibattito su cosa accadrebbe se l’Italia uscisse dalla moneta unica si sta intensificando, mentre proliferano e hanno successo in tutta Europa, Germania inclusa, gli euroscettici. Per gli “apocalittici”, una deflagrazione dell’euro “l’euro “o c’è per tutti o per nessuno”, avverte Felice Roberto Pizzuti, ordinario di Politica Economica alla Sapienza di Roma) potrebbe addirittura portare esiti conflittuali tra i paesi membri. Con ritorsioni – da parte di Germania e magari anche della Francia – che potrebbero non limitarsi all’economia. Per gli “integrati” invece, nel lungo periodo, i benefici sarebbero maggiori: una ripresa delle esportazioni, dell’occupazione, la presenza, di nuovo, di una banca centrale che impedirebbe il default, il rilancio della domanda interna. Un quadro che bilancerebbe ampiamente l’aumento dell’inflazione, senza timori a livello internazionale di ritorsioni tedesche: la Germania ricomincerebbe a subire la concorrenza italiana, ma senza gravi contraccolpi.

Secondo Alberto Bisin, professore presso il Department of Economics della New York University, l’uscita del nostro Paese dalla moneta unica porterebbe “a una svalutazione della moneta che sarà creata dopo l’uscita“. Questo a breve “è un danno per i consumatori, che compreranno beni esteri a un prezzo più elevato perché con moneta svalutata”. Ma è un “vantaggio per le imprese esportatrici”. Il danno maggiore, prosegue Bisin, sarebbe sofferto dai “detentori di titoli sovrani esteri”. Difficile fare una previsione su come reagirebbero i mercati esteri, prosegue Bisin. “Quel che è certo è che sarà molto più difficile accedere ai mercati per finanziarsi per qualche anno”. Se dopo un paio di anni le nostre condizioni di bilancio restassero negative o peggiorassero, a causa ad esempio della mancanza di riforme di spesa, “si formerebbero probabilmente aspettative di ulteriori svalutazioni”. E l’Italia potrebbe entrare “in una spirale di svalutazioni che avrà effetti gravissimi sull’economia del paese”. I problemi per il resto dell’Europa “sarebbero essenzialmente costituite dalle perdite degli investitori stranieri nei nostri debiti, in larga parte detenute dalle loro banche”: un ammontare consistente di capitali. “E la nostra svalutazione ridurrebbe nel breve periodo le loro esportazioni”, conclude Bisin. “Nulla di grave nel medio periodo, se essi riuscissero a mantenere i vantaggi di produttività che hanno creato in questi anni passati”.

Quello su cui la maggior parte degli analisti concorda è che così non si può andare avanti. L’eurozona sta implodendo e le politiche di austerity non sono la risposta. “Se non ci sono le condizioni per riformare l’Unione monetaria europea e superare questa vocazione all’austerità che la caratterizza e avvantaggia solo la Germania e i paesi relativamente più forti, diventa allora pressoché inesorabile confrontarsi sull’ipotesi di uscita”, spiega a Donne sul Web Emiliano Brancaccio, noto economista e docente dell’Unisannio. Il punto è “come”. È davvero possibile prevedere cosa accadrebbe se l’Italia uscisse dall’euro e tornasse alla lira? “Gli economisti ambiscono a fare previsioni”, dice Brancaccio, definito dagli intellettuali beneventani Nicola Sguera e Antonio Medici (in occasione del suo recente no ad entrare come assessore nella giunta sannita come assessore) “un economista di riferimento per il disarticolato e disomogeneo universo della sinistra italiana”. “Un tentativo di previsione si può e si deve fare. Non mi iscrivo né al partito di chi sostiene che dopo l’euro sarebbe l’inferno, né a quello di chi afferma che sarebbe il paradiso: questo modo di confrontarsi su una questione così complessa è sbagliato”.

D’accordo con Brancaccio è anche Sergio Cesaratto, professore ordinario a Siena dove insegna Politica economica ed Economia dello sviluppo. “Non è quello che auspico. In Europa bisognerebbe proporre prima di tutto altro, e usare la possibile uscita dall’euro invece solo come minaccia”. Certo è, per Cesaratto, che l’esperienza di Cipro, “mezza dentro e mezza fuori”, indica “senza dire che questo sia auspicabile, che l’ipotesi sembrerebbe almeno gestibile”. Ma l’euro “o c’è per tutti o per nessuno”, avverte Felice Pizzuti. “E, in linea di massima, se un paese grande come l’Italia esce dall’euro è verosimile pensare che l’euro si dissolva”. In caso di uscita dalla moneta unica di un paese grande e centrale come il nostro, avverte l’economista, “si dovrebbero poi ricontrattare i tassi di cambio tra le valute e i paesi, ad esempio tra quelli che rimangono nella moneta unica e quelli che escono”. Ma la deflagrazione totale dell’eurozona, e il dover ricontrattare i tassi di cambio tra tutti i 17 membri dell’euro e con tutte le altre valute esistenti fuori “implicherebbe una tale cooperazione – per evitare esiti degenerativi – di lunga superiore a quella che oggi è pur necessaria per andare avanti lungo la strada dell’Unione europea”.

L’epic fail della politica. “Nell’ambito di una crisi mondiale c’è una crisi specifica europea”. E “nell’ambito della crisi specifica europea c’è n’è un’altra ancora più specifica che è quella italiana, che ha natura economica, sociale e politica”, spiega a Donne sul Web il professor Felice Roberto Pizzuti. “È dall’inizio degli anni ’90 che i nostri tassi di crescita e la dinamica della produttività sono nettamente inferiori”. Una crisi “guarda caso temporalmente coeva” a quella della politica nostrana, che da Mani Pulite in poi non si è mai più ripresa nella fiducia degli italiani. Oggi, secondo Pizzuti, tra le voci più autorevoli in Italia a lanciare l’allarme sul “disastro” che il tracollo della moneta unica rappresenterebbe, “ci ritroviamo ancora una volta con un’economia di mercato che va male anche per un’atavica difficoltà della nostra imprenditoria ad essere competitiva nei confronti delle altre economie”. E proprio negli ultimi due decenni, durante i quali il sistema economico è andato progressivamente a rilento rispetto agli altri, l’Italia si è trovata alle prese “con l’ulteriore difficoltà dell’assenza di una classe politica in grado di gestire l’intervento pubblico in maniera efficace”. La crisi attuale deriva, insomma, dal “combinato disposto di un mercato caratterizzato da specifiche tendenze negative e di una politica che non è in grado di svolgere in maniera efficace ed efficiente il suo compito”.
Eppure della politica, ora come non mai, ci sarebbe bisogno. E, paradossalmente, chiosa Pizzuti, “anche laddove ci sono posizioni più vicine a comprendere quello che andrebbe fatto oggi di fronte alla crisi, non c’è la capacità di proporre alternative concretamente realizzabili”. È quello che hanno registrato le elezioni dello scorso febbraio: “l’insoddisfazione della gran parte delle persone rispetto l’esistente”, con la constatazione dell’assenza di “un’alternativa di cui potersi fidare”. È per questo che “ci si affida a stregoni di vario ordine e grado”. Con una tale incapacità delle istituzioni, e con “europee politiche comunitarie controproducenti e negative”, Pizzuti lancia l’allarme di una possibile rinascita di nazionalismi, terribile in periodi di crisi. “Quando ognuno si chiude a casa sua pensando che fuori ci siano solo nemici, la prima cosa che fa quando sente bussare, se ha una pistola, è sparare”. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, scrive Antonio Padoa Schioppa, già preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano, “ha dovuto riconoscere, dopo oltre due anni, che le terapie restrittive adottate in tempi troppo brevi e in fase di riduzione della domanda avevano prodotto effetti negativi”.
Eppure secondo Alberto Bagnai, professore di politica economica all’università Gabriele D’Annunzio di Pescara, non ci sarebbe nulla di cui stupirsi: “È perfettamente noto a tutti che l’Euro sarebbe stato un esperimento fallimentare”, dice in un intervento video sul blog di Beppe Grillo. “Proprio perché mancava alla sua base un’unità politica e in particolare un’unità nel campo della politica fiscale”. E i fondatori dell’Europa, dice Bagnai, “sapevano benissimo che imporre una moneta unica a paesi diversi e con un sistema fiscale profondamente scollegato, avrebbe condotto a una crisi”. “La crisi dell’Ue era premeditata” è il titolo di un’intervista dello scorso dicembre a un nome del peso di Luigi Zingales. Giudicato uno dei cento pensatori più influenti al mondo da “Foreign Policy”, economista dell’Università di Chicago ed editorialista del Sole 24 Ore (nonché colui che scaricò pre-elezioni Fare per Fermare il declino e Oscar Giannino per il suo inesistente Master alla University of Chicago), Zingales non ha dubbi sulla crisi: “Dire che è colpa degli Stati Uniti è una balla”, dice a tagli.me. “È vero che è stata quella la causa scatenante, ma la crisi era inevitabile. Non fosse successo il patatrac negli Usa sarebbe successo altro. Era una scelta premeditata: ‘Nel momento di crisi, ci uniremo di più’, si pensava. Abbiamo buttato il cuore oltre l’ostacolo, solo che il corpo è rimasto di qua”.

 

 

 

 

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