Migranti: i motivi per cui la strage non si fermerà

La strage dei migranti che cercano di approdare sulle nostre coste non si fermerà, almeno nel breve periodo. Ecco i problemi per cui è così difficile impedire le morti quotidiane nel Mediterraneo.

migranti

I migranti morti in mare pochi giorni fa: 800, 950, non sappiamo nemmeno esattamente il loro numero. Quella che si sta verificando nel Mediterraneo è una strage giornaliera accentuata dalle difficoltà di presidiare capillarmente un tratto di mare ampio, cui si affacciano più nazioni (a Rodi, quasi in contemporanea, c’è stato un altro episodio simile).

Ma soprattutto accentuato dalla condizione di estrema instabilità delle nazioni del nord Africa, Libia in primis, che è ormai un enorme porto di emigrazione clandestina quasi “istituzionalizzato”, utilizzato dagli scafisti per portare cifre sempre crescenti di migranti verso l’Europa.

Vedi anche: Cosa sta succedendo in Libia?

Perché fermare la strage è impossibile, almeno nel breve periodo

In Libia non c’è un governo. Ci sono almeno due governi, uno a Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, e uno a Tripoli. Ad essi si aggiungono varie milizie, come quelle che rispondono all’Isis (a Derna ad esempio) di cui tanto si è parlato nelle settimane scorse.

In sostanza, oltre ad una guerra civile che difficilmente si risolverà nel breve periodo nonostante i lunghi colloqui tra le fazioni che si sono tenuti a Ginevra, la situazione sul campo è del tutto ingestibile. Non ci sono più ambasciate occidentali aperte, quasi tutte le compagnie internazionali si sono ritirate dalla nazione (eccetto Eni), il territorio non è presidiato.

Più sbarchi con il bel tempo

Dalla caduta di Gheddafi sono passati anni ma l’intricata vicenda libica resta lungi dal trovare una soluzione. E per far partire gommoni, pescherecci, imbarcazioni fatiscenti, destinate comunque al sequestro in Italia (o negli stati dove approdano) non servono grandi infrastrutture e nemmeno grandi competenze navali. Il tratto di mare da attraversare non è enorme, vista la conformazione geografica del nostro Paese (Lampedusa è più vicina alla Tunisia e a Malta che alla Sicilia) e gli sbarchi in estate saranno ancora più corposi, facilitati dalle condizioni ottimali del mare.

Le guerre nel continente africano, in Siria, in Iraq, hanno ovviamente ancora di più esacerbato il problema. Lo stesso comportamento degli scafisti si è “affinato”: spesso, per evitare l’arresto, le imbarcazioni sono portate in mare aperto e abbandonate, magari dopo un Sos o una richiesta d’aiuto raccolta da qualche mercantile o dalla guardia costiera italiana.

Distruggere le navi, come si fa con i pirati somali

L’Unione Europea sta discutendo su una tripla linea di interventi: aumentare mezzi e dotazione di soldi a disposizione del piano Triton (che si occupa di sorvegliare le frontiere marittime); rimpatriare velocemente gli irregolari (velocemente significa comunque almeno dopo 3 mesi, rinnovabili, se si è in presenza di una richiesta di asilo da un possibile avente diritto). E distruggere le navi degli scafisti, sul modello di quanto fatto con il piano anti-pirateria “Atalanta” usato in Somalia.

Ovviamente queste sono linee di intento, di certo non è ancora stato deciso nulla. In particolare il riferimento alla distruzione delle barche resta abbastanza oscuro. Come si può fare? Direttamente in territorio libico? Diventerebbe una chiara operazione di guerra, per quanto la situazione locale sia confusa.

Inoltre occorrerebbe una copertura di intelligence, e forse anche di truppe operative sul campo, in grado di distinguere barche utilizzate e utilizzabili per commercio di uomini da quelle normalmente usate per altre finalità. Qualcuno (il gen. Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’aeronautica) ha parlato del possibile utilizzo di droni armati: ci sarebbero due problemi. I droni italiani sono sono attualmente usabili per fini di azione diretta (bombardamento) ma solo per ricognizione e i tempi di modifica e di armamento dei droni non sarebbero veloci (si parla di un anno).

Ovviamente occorrerebbe anche una legittimazione ad operazioni di questo genere, come è appunto avvenuto in Somalia per Atalanta (eseguita sotto approvazione Onu) e una qualche forma di cooperazione con il governo/i governi locali (cosa che avviene in Somalia). E la cosa è complicata dal fatto che l’Europa riconosce il governo di Tobruk come unico legittimo ma esso controlla una parte molto limitata del Paese.

Infine è chiaro che se è interesse di un pirata salvare sé, la propria barca (che non è certo la carretta usata dagli scafisti, ma deve essere un mezzo veloce e ben attrezzato), il proprio armamento e piuttosto retrocedere ed evitare lo scontro, per quanto riguarda uno scafista il cui guadagno finisce mettendo le persone in mare e la distruzione di un gommone o di una carretta navigante forse sarebbe un’azione tutto sommato dall’impatto non decisivo.

I limiti imposti dal trattato di Dublino

Ovviamente tutti i migranti che arrivano da noi non restano da noi, anzi molto spesso la loro destinazione sono gli stati più a nord. Ma sull’Italia (e in generale sul paese dove il migrante sbarca per primo) cadono gli obblighi derivanti dal trattato di Dublino che in sostanza è nato per impedire di poter fare domande d’asilo in più Paesi diversi ma in contemporanea lascia la gestione al Paese dove il migrante è arrivato.

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