La Nemesi di Berlusconi

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Autorevolezza, reputazione, credibilità. In 17 anni Silvio Berlusconi ha dissipato un patrimonio. Non certo per gli scandali sessuali che dal bunga bunga in poi ci hanno reso la burla e la vergogna d’Europa. Non certo per la magistratura che lo indaga e lo ha indagato e che lui furente ha cercato di addomesticare. Tutto grave, certo. E imperdonabile. Ma a dargli il colpo di grazia, come sappiamo, sono stati i mercati finanziari e quell’economia reale che lotta con le unghie e con i denti per sopravvivere a una recessione che appare senza fine. E’ la Nemesi di Berlusconi: l’uomo che ha costruito il suo potere politico grazie al controllo di una buona parte dei media attraverso la sua straripante ricchezza è caduto inciampando rovinosamente sul denaro. E’ stato duramente punito dai mercati, dalle imprese con l’acqua alla gola che fino a qualche settimana fa non esitava a prendere per i fondelli, sostenendo che la “crisi non c’è, i ristoranti sono pieni, i voli low cost pure…”. In un ottimo editoriale Beatrice Delvaux, firma di Le Soir, ce lo ha rammentato pochi giorni or sono, mentre si concludeva la lunga stagione del berlusconismo, in un’Italia atterrita dal pericolo di un default. “Per ironia della sorte – ha scritto Delvaux -, non sono stati gli scandali sessuali, uno più becero dell’altro, non sono stati i suoi concittadini, i suoi elettori, i suoi oppositori o i dirigenti europei che gli hanno mostrato l’uscita, ma i mercati, i soldi, e cioè il suo primo strumento di conquista”. Sottoscriviamo dalla prima all’ultima riga. Rammentate? Berlusconi e il colosso Fininvest si affacciarono sul Paese alla fine degli anni Settanta con una massiccia campagna pubblicitaria, il Paese tappezzato con i manifesti del Biscione. L’inizio di una devastazione antropologica, che poi è diventata anche economica. Non vogliamo soffermarci, qui, sui tanti interrogativi che hanno accompagnato le origini della sua ricchezza, domande che in fondo, come ben sappiamo, hanno già avuto una risposta. Non vogliamo ripercorrere le tappe dell’acquiescenza (per usare un eufemismo) della politica, delle leggi ad personam o tagliate su misura del suo impero televisivo. Vale la pena invece rammentare il ritornello che tanti tra noi intonarono per salutare la sua discesa in campo: un uomo che ha costruito una simile ricchezza non potrà che fare del bene all’Italia, dicevano i suoi sostenitori. Ebbene le cose non sono andate affatto così. Non basta dire ora che un Paese non è un’azienda, che non è sufficiente essere un buon imprenditore per essere anche un buon amministratore dello Stato. Né possiamo cavarcela pensando che alla fine sono stati gli occhi degli altri, della stampa estera, a partire da testate autorevolissime – come il Financial Times o l’Economist – a spingere il berlusconismo sulla via del tramonto. Certo, l’Europa lo ha sonoramente bocciato. Ma a far esplodere l’impero politico e mediatico di Berlusconi è stata la pericolosissima deriva che ci ha fatto intravedere la bancarotta, sono state le imprese in crisi di liquidità, il tasso di disoccupazione al galoppo, il crollo della fiducia degli investitori esteri. E alla fine, paradossalmente, proprio quei mercati finanziari che – anche giustamente – abbiamo messo più volte sul banco degli imputati per la crisi economica mondiale scoppiata nel 2008, per una volta ci hanno indicato l’unica strada percorribile.

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