Come capire il linguaggio del bambino

Di Carmela Lopardo psicologa psicoterapeuta

Come capire il linguaggio del bambino? Non ci sono solo le parole. Pianto, gestualità, sorrisi e lallazione sono i primi passi attivi di un viaggio fondamentale per lo sviluppo e la crescita. La comunicazione è un’arte che si impara prima di nascere.

Come capire il linguaggio del bambino Non esiste solo la parola. E vivendo con un bambino lo si sa bene, fin dalla sua nascita. La comunicazione passa attraverso molti canali e può essere recepita attraverso tutti i sensi. Tutto il corpo può comunicare attraverso gestualità e postura, le parole si servono della voce per essere ascoltate (o non ascoltate), segni e disegni, scritti e opere si servono del tatto e della mano e passano attraverso gli occhi. Tutti e cinque i sensi entrano in gioco nella comunicazione, ma il cervello attraverso la percezione seleziona solo qualche centinaio di stimoli al secondo tra le centinaia di miliardi in arrivo. I bimbi comunicano con i genitori e con coloro che li circondano ben prima della parola. Di più: fin dalla gravidanza.

Un bambino non può crescere al di fuori della relazione con la sua mamma. È la definizione data nel 1970 da Donald Winnicott: la “madre-ambiente”. La donna comunica con il bambino fin dalla gravidanza: il suo equilibrio (o eventuale non equilibrio) e l’armonia della coppia hanno un effetto reale sulla crescita del feto e poi del bambino. Un effetto che è anche mentale e che in quanto tale avrà un impatto sui legami di attaccamento, affetto e sicurezza basilari secondo la definizione di Bowlby per impostare relazioni umane soddisfacenti. Il feto, nel caldo del suo ambiente protetto, sente il cuore della madre e secondo le evidenze scientifiche reagisce alla sua voce, così come riesce a sentire alcuni suoni più forti e vibrazioni più intense.

Nel “periodo prelinguistico”, che in parte coincide con il periodo senso-motorio, il neonato deve comunicare i propri bisogni primari: cibo, coccole e pulizia. E lo fa con il sorriso, lo fa con suoni, vocalizzi e lallazioni e anche con la gestualità comunicativa. Si tratta di una comunicazione fortemente emotiva, amplificata da affetto e cura: sorridendo, facendo i versi, sgambettando, cercando il contatto visivo il bimbo comunica con chi si prende cura di lui. Se non trova riscontro piange. E una madre in genere è in grado fin da subito di riconoscere se quello è un pianto di fame, dolore, capriccio, disagio.

Il sorriso sociale è tra le prime forme di comunicazione che l’essere umano mette in atto spontaneamente e che riconosce come attenzione e momento piacevole. Il bimbo comincia ad usarlo già dopo il primo mese di vita quando vede – ma non riconosce ancora – un viso. È a partire dai sei mesi che il sorriso viene impiegato come vero e proprio mezzo di comunicazione con cui il bambino distingue volti noti e non.

E il pianto?

Il pianto è la prima forma di comunicazione in assoluto che l’essere umano conosce e mette in atto come allarme. Per i neonati e in generale nei primi mesi di vita è lo strumento per cercare il contatto con la madre e con gli altri. È il primo modo di esprimere le emozioni, e di per sé non è quindi negativo.

Anche i vocalizzi sono una forma di comunicazione che accomuna tutti i cuccioli d’uomo in ogni angolo del mondo. Uguali per tutti, inizialmente non costituiscono il primo approccio all’apprendimento della lingua: è infatti solo dopo il sesto mese di vita che i bimbi cominciano a riconoscere e individuare gli elementi acustici del contesto, ad ascoltare le emissioni vocali dei genitori e a provare a riprodurli con dei suoni che presentano le prime consonanti. I bambini trovano gratificante produrre dei suoni, vedere che mamma e papà li rinforzano, li ripetono e li aggiustano e ascoltare se stessi. È il “gioco vocalico” ed è un passaggio necessario pilotato dal senso dell’udito. A questo punto i bambini cominciano anche a sperimentare e comprendere come usare strumentalmente i suoni, analizzare il fatto che abbiano un fine comunicativo e che rappresentino uno scambio e un mezzo con l’ambiente circostante che deve opportunamente coadiuvare questo passaggio.

Si tratta della stessa fase di crescita che vede nel bambino l’inizio del controllo della posizione della testa, insieme a reazioni diverse rispetto agli input dell’ambiente. È in questo periodo che comincia ad afferrare gli oggetti mentre l’anatomia del corpo in crescita gli permette di produrre suoni nuovi e lo prepara al passaggio successivo, che si manifesta dai quattro agli otto mesi di vita, della lallazione. Questa emissione di sillabe diviene sempre più complessa, diventando lallazione “variata” quando i bimbi cominciano a comporre insieme sillabe differenti e continuando anche dopo la comparsa delle prime parole.

Il passaggio dalla fase pre-intenzionale a quella intenzionale è una questione di consapevolezza della comunicazione. Inizialmente i messaggi inviati dal bimbo sono segnali per chi lo circonda ma non ancora per la consapevolezza del bambino stesso. Nella seconda fase invece il bambino comunica – ad esempio indicando un oggetto, soprattutto dai nove mesi in avanti – con l’obiettivo di ottenere qualcosa e con la prima comprensione dei rapporti di causa-effetto. Contesti sereni e accoglienza affettiva costituiscono il miglior antidoto a qualsiasi forma di disfluenza nella comunicazione dei piccoli, e ambienti stimolanti e ricchi di parole e interazione permetteranno ai bambini, in particolare nei primi tre anni di vita, di avere elementi di crescita, cominciare a isolare le parole per poi riprodurle e sviluppare l’attività cerebrale.

Imparare a parlare è una questione innata? È quello che sostiene l’approccio della scuola del linguista Noam Chomsky, ponendo l’accento su quei dispositivi mentali innati presenti nell’essere umano che vengono “stimolati” dall’essere immersi in un contesto e in una lingua. Secondo l’approccio comportamentista, invece, il linguaggio va insegnato, perché passa dall’emulazione e dall’imitazione degli adulti che spesso ascoltano con attenzione, ripetono e correggono le parole del bambino. Un terzo approccio, quello interattivo-costruzionista, è oggi maggiormente diffuso e, senza smentire innatismo e comportamentismo ma anzi intrecciandoli, vede nella comunicazione – quindi nello scambio continuo e non, ad esempio, nella correzione da parte degli adulti – la via più produttiva e completa, serena e ricca all’apprendimento di un linguaggio. Il bambino è così attore e non spettatore passivo di quello scambio continuo, arricchimento per tutte le parti in causa, che è la comunicazione.

 

 

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