Partita iva: cos’è, costi e tutto quello che c’è da sapere

Tipi di partita iva, partita iva ordinaria, partita iva a forfait. Differenza e tutti i costi per tasse, pensione e commercialista. Guida completa con esempi

Quanti sono i tipi di partita iva? E quali sono i rispettivi costi tra tasse, quota di cassa previdenziale, spese del commercialista e altre varie (es. i bolli o le assicurazioni di settore)? La materia è ampia e complessa ma possiamo iniziare a dare un quadro riassuntivo.

Quanti sono i tipi di partita iva

La partita iva identifica un lavoratore autonomo che fattura più di 5000 Euro all’anno (sotto questa cifra si possono emettere “ritenute d’acconto” per prestazioni occasionali, da inserire poi ovviamente nella dichiarazione dei redditi insieme agli altri eventuali redditi.
L’emissione della partita Iva è a carico dell’Agenzia delle entrate e si richiede compilando in ogni sua parte questo modulo. Il modulo si presenta direttamente agli sportelli oppure si invia tramite posta certificata (ma è necessario avere la firma digitale) o tramite il commercialista.
Ci sono due tipologie principali di partita iva:
  • la partita iva a regime ordinario
  • la partita iva forfettaria.

Tipi di partita iva: partita Iva ordinaria costi

La partita iva a regime ordinario  non ha limiti massimi reddituali e di emissione di fatture.
In questo tipo di fatturazione si aggiunge l’Iva al 22% e si ha sostanzialmente una tassazione più elevata e costi di gestione maggiori.
L’Irpef (calcolata sul reddito, detratta la quota previdenziale) è pari al:
  • 23% per incassi fino a 15 mila euro,
  • al 27% per incassi tra 15 mila e 28 mila euro,
  • al 38% per incassi tra i 28 mila e i 55 mila euro,
  • al 41% per incassi tra 55 mila e 75 mila euro,
  • al 43% per incassi oltre i 75 mila euro.
A questi costi vanno aggiunti quelli relativi alla parte pensioninistica che dipendono dalla tipologia di lavoro svolto e dalla cassa cui si è iscritti (Gestione separata, Empals, Empap e via dicendo). Anche questa cifra ha un importo notevole, non meno del 20%.
La partita Iva a regime ordinario inoltre ha tutta una serie di obblighi: registrazione fatture, dichiarazioni Iva trimestrali, spesometro ecc. che aumentano anche i costi di gestione da parte del commercialista.
Di contro con la partita iva ordinaria si scaricano molti costi che non sono scaricabili con la partita iva a forfait dove si dà una base “una tantum” di spese già detratta in partenza prima di calcolare le tasse (ne parleremo dopo).
Quindi chi ha ad esempio un ufficio in affitto, molte spese (carburanti, materiale elettronico, cancelleria, software, riparazioni ecc.) e soprattutto chi riceve fatture dai collaboratori (che con la fattura ordinaria si scalano dai guadagni) ha convenienza a tenere questo regime.
 Partita iva a forfait: costi
Tra i  tipi di partita iva la partita iva a forfait era fino a qualche tempo fa chiamata “regime dei minimi”.
E’ rivolta a chi avvia un’attività (ma anche a chi sta sotto un certo massimale di guadagni) ed è una ottima possibilità per le start up. L’Irpef è molto bassa, una imposta unica al 5% per il primo quinquennio di attività (poi sale al 15%).
Chi ha il regime a forfait non aggiunge l’Iva in fattura (dunque ai privati può fare prezzi molto più competitivi, la cosa vale meno per le aziende che comunque l’Iva la scaricano).
Non essere sottoposti all’Iva consente inoltre di non inviare tutte le relative dichiarazioni e questo abbassa i costi di gestione. Non si devono compilare gli studi di settore e non si è sottoposti allo spesometro (sempre che il nuovo governo non lo elimini come ha promesso).
Il regime forfettario ha dei limiti massimi che vanno dai 30 mila euro ai 55 mila euro in base all’attività. La tassazione Irpef al 5 o 15% viene applicata non sul totale ma su una parte di esso, togliendo una quota di guadagno che viene stimata come “spesa” del professionista. Ad esempio chi somministra bevande toglie come spese il 60% quindi il suo guadagno è tassato sul 40%.
I professionisti sono tassati al 78% quindi si toglie un 22% di spese fisse. In base al codice Ateco della propria attività insomma si pagherà una tassa “a forfait” riducendo il monte del reddito di una parte fissa ritenuta come “spesa” media della propria professione.
Un altro elemento importante del regime forfettario è che la tassazione non è calcolata sulle fatture emesse ma sull’effettivo guadagno (si applica cioè il principio di cassa). Questo è essenziale per chi ha pagamenti molto dilatati nel tempo o problemi di clienti che non pagano (almeno non si pagano le tasse e l’Iva su quanto non è ancora stato incassato).
Ai costi Irpef vanno naturalmente aggiunti quelli previdenziali che anche in questo caso dipendono dalla tipologia di cassa professionale cui si fa riferimento e il costo del bollo da 2 Euro da applicare su ogni fattura che supera i 77,47 euro.
La partita iva come funziona la gestione del commercialista (e quanto costa)

Altro capitolo spinoso. Posto che ogni professionista applicherà una tariffa sua ed è bene richiedere più preventivi, si possono delineare delle cifre almeno di partenza per i costi.

  • Un regime forfettario costa all’incirca dagli 800 euro all’anno (difficilmente si passano i 1300-1500 Euro), qualche professionista fa pagare a parte alcuni adempimenti o se si supera una certa quota di fatture (es. 15).
  • Un regime ordinario ha un costo che va dai 1300-1500 euro all’anno a salire (anche molto se si fattura tanto, se si hanno molte spese, naturalmente il commercialista farà un preventivo basandosi su questi fattori che incideranno sul suo lavoro)

Un’alternativa che consente maggiore risparmio è farsi seguire da un Caf, ad esempio le Acli hanno la gestione delle “piccole contabilità” che è rivolta proprio a chi ha un regime forfettario. I costi sono di circa 600-700 Euro l’anno. Naturalmente in questo caso non si avrà un’assistenza dedicata come con un professionista privato ma ci si dovrà rivolgere allo sportello, fare la coda del Caf o andare su appuntamenti.

La qualità del servizio (ma questo vale naturalmente anche per i commercialisti) dipende anche dai singoli Caf, molti sono ben attrezzati e fanno colloqui informativi gratuiti (il consiglio è quindi di andarci e parlare di persona).

Vedi anche: Certificazione della ritenuta d’acconto, cos’è e come farla.

Costo della Partita Iva a forfait: un esempio 
Proviamo a ipotizzare un costo per una partita iva a forfait ipotizzando un reddito annuale (incassato) di 20.000 euro.
Il professionista è un assicuratore quindi è tassato il 78% dei suoi redditi: 20000 x 78% = 15.600. Su questa cifra pagherà un Inps al 23,64%, quindi 3687 Euro. Se ha aperto l’iva nei 5 anni precedenti pagherà un Irpef pari al 5% di 15.600 – 3687. Quindi pagherà il 5% di 11913 euro: 595 Euro.
Riassumendo: 3687 di quota previdenziale + 595 di Irpef + circa 900 euro di commercialista. Un totale di 5182 Euro, circa un quarto del proprio reddito.
Più difficile stabilire un ipotetico costo di una partita iva ordinaria perché dipende da molti più fattori, non solo il reddito (e qui non vige il principio di cassa ma il fatturato) ma anche le spese sostenute, le varie detrazioni.
Una regola di fondo che si può applicare, facendo vagliare però poi attentamente il proprio caso da un commercialista, è che se si fattura da soli, come free lance, senza dover ricorrere a collaboratori che fatturano a noi, se non si ha un affitto pesante dell’ufficio e molte spese in generale è sempre più conveniente il regime forfettario, tanto più nei primi anni quando l’Irpef è solo al 5%.
Vedi anche:
© copyright (09/07/2018)

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