L’Europa dopo Hollande

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L’approccio di Hollande verso la crisi dell’euro si annuncia diverso rispetto a quello del suo predecessore Sarkozy.
Nel corso della campagna elettorale Hollande ha infatti dichiarato l’intenzione di rivedere il fiscal compact puntando, dice, sulla crescita anziché sull’austerità; Hollande ha anche espresso l’intenzione di introdurre gli eurobond ed ha auspicato una maggiore libertà di azione da parte della Bce. Ad elezione avvenuta tuttavia il neo-presidente Hollande deve affrontare la realtà, cioè un accordo con la Germania che è comunque indispensabile per la Francia. Un compromesso possibile prevede che gli eurobond diventino project bonds, bond europei finalizzati a progetti specifici, in particolare infrastrutture, lo sblocco dei fondi strutturali e maggiori fondi da parte della European Investment Bank. Misure per la crescita saranno annunciate senza tuttavia poter intaccare il fiscal compact.
Se la crescita è senz’altro un punto centrale per superare le difficoltà di oggi, la via d’uscita dalla crisi passa necessariamente dalle riforme che mirano a maggior rigore di bilancio ed alla riduzione della spesa pubblica. Non è possibile rimandare od annacquare queste politiche, anche perché se oggi, in un momento di forte crisi, l’austerità sembra aggravare la situazione economica, nel lungo periodo la riduzione del debito è una necessità.
Va tra l’altro sottolineato che, nonostante il governo tedesco possa stimolare maggiormente la domanda interna per favorire le esportazioni degli altri paesi dell’area euro, la Germania ha validi motivi per richiedere il mantenimento e l’applicazione del fiscal compact. Infatti i dati sull’andamento della spesa pubblica nei paesi europei negli ultimi dieci anni, cioè da quando è stato introdotto l’euro, dimostrano che la Germania, pur non essendo stata immune dalla crisi, è stata molto più disciplinata rispetto al resto d’Europa: tra il 2001 e il 2010 la spesa pubblica tedesca è aumentata solo del 18,5 per cento mentre l’Italia la Grecia e la Spagna hanno visto un aumento della spesa di 31, 72 e 83 per cento rispettivamente.
Dati comparati sulla spesa pubblica europea del dopo-euro alla mano, risulta obiettivamente difficile che la Germania sia disposta rinegoziare il fiscal compact che mette la stabilità fiscale al centro del programma dei governi dell’area euro.
La cancelliera Merkel ha già fatto capire che continuerà a puntare sull’asse franco-tedesco, convinta che i due paesi debbano tracciare la via di uscita dalla crisi per la zona euro. La soluzione più plausibile sarà quindi il mantenimento del fiscal compact, con appendice di un patto a favore della crescita. Il contenuto del patto della crescita dipenderà certamente da Hollande e Merkel ma sarà anche influenzato dalla posizione del governo italiano e da altri governi. Un segnale positivo è arrivato da Schauble, il ministro delle finanze tedesco, che si è recentemente pronunciato a favore di significativi aumenti salariali in Germania.
I risultati delle elezioni, non solo in Francia e in Grecia, sempre più un caso a parte, ma anche in Italia, sottolineano evidenti segnali di insofferenza nei confronti delle misure di austerità, tuttavia la strada tracciata dal fiscal compact nella sua attuale formulazione, che consente deviazioni dal rigore fiscale a fronte di riforme strutturali che favoriscano la crescita economica, rimane senza alternative. Hollande con la sua vittoria avrebbe un ruolo positivo se usasse l’influenza di un paese chiave come la Francia per ottenere non tanto la riduzione delle misure di austerità ma per affiancarvi serie misure di crescita attraverso riforme strutturali e investimenti a livello europeo. Abbandonare ora la strada delle riforme economiche appena intraprese nella cosiddetta periferia sarebbe un errore con conseguenze gravi per tutti

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