La situazione in Argentina, a un passo da un nuovo crack

Cristina_Kirchner
La situazione economica in Argentina è tutt’altro che rosea. La prima grande manifestazione di protesta in settembre. Un’altra in arrivo. Dopo la bancarotta del 2001 l’Argentina sembra avviata verso un nuovo crack. La fuga di capitali ha superato quota 21 miliardi. L’inflazione galoppa: è arrivata al 30%. Ma la potente presidente Cristina Kirchner tira dritto sulla strada del protezionismo e dell’autarchia, sfidando anche il Fondo monetario internazionale, che le ha posto un ultimatum: dati reali su inflazione e Pil entro dicembre.

 

Per ora Cristina Kirchner si sente in una botte di ferro. Tanto da sfidare persino la sua omonima, Christine Lagarde, ai vertici del Fondo monetario internazionale. Lagarde le ha infatti lanciato un ultimatum: entro il 10 dicembre dovrà fornire i dati reali sul Prodotto interno lordo e sull’inflazione, pena la censura, l’espulsione dal Fmi. Comprensibile tanta severità da parte della Lagarde, visto che per gli analisti – e soprattutto per la popolazione – l’inflazione viaggia a un tasso ben superiore a quello ammesso dall’Istat argentino: 30% reale contro il 10% ufficiale. Tutti indizi della grande paura che porta in piazza la classe media argentina: quella di un nuovo crack, dopo la rovinosa bancarotta del 2001.

Una democrazia ancora fragile

L’Argentina è sempre stata una miscela di populismo e instabilità politica. Mix esplosivo in un Paese che ha affrontato le peggiori dittature militari. E dove la democrazia appare ancora fragile, con un presidente della Repubblica che, dotato di ampi poteri, può di fatto limitare fortemente l’autonomia di istituzioni monetarie come la Banca centrale. Cosa che ha fatto la Kirchner, emanando un provvedimento che restringe drasticamente le possibilità di convertire i pesos, la moneta domestica, in dollari. Per il Governo si tratta del tentativo in extremis di arginare la fuga di capitali all’estero, arrivata nel 2011 a superare i 21 miliardi, con una impennata del 90%. Per la popolazione una vera e propria tragedia, dato che da sempre gli argentini sono abituati a risparmiare in dollari, per mettersi al riparo dalla fragilità della loro valuta.

Il dilagare della protesta

Quanto basta a spiegare le proteste che, dalla capitale, Buenos Aires, dilagano come fiammate in tutte le principali città del Paese, sostenute dal tam tam dei social network, attraverso i quali una middle class impoverita, non più capace di mettere i soldi sotto al materasso, manifesta tutto il suo timore e malessere. Oggi in Argentina esistono due cambi, quello ufficiale e quello del mercato nero, che impazza. Come se non bastasse la popolazione ha paura che la Kirchner forzi la mano usando il controllo sul Congresso per rimuovere i limiti dei mandati presidenziali, e aprirsi così la strada per vincere altre future elezioni e garantirsi il potere fino al 2019. La ricetta fatta di protezionismo, autarchia e politiche monetarie smodatamente espansive – che alimenta l’inflazione e che ha permeato le scelte della Kirchner – ora mostra drammaticamente la corda.

Il sogno infranto

Il sogno del boom economico, con la crescita dell’occupazione, si è insomma già frantumato, come confermano le rumorose manifestazioni dei “cacerolazos” (gli argentini sono tradizionalmente abituati a protestare percuotendo casseruole e coperchi). Ma anche come rileva, sempre più insistente e preoccupata, la comunità economica internazionale. Anche l’iniezione di capitali esteri sotto forma di investimenti, che potrebbero portare l’ossigeno dei dollari o di altre monete forti, oggi è praticamente impossibile. Il governo quest’anno ha nazionalizzato la grande compagnia petrolifera YPF Repsol, con il risultato di generare profonda diffidenza fra gli investitori, che non vogliono rischiare la stessa sorte.
Ironia del destino il Paese continua a pagare dazio al fallimento del 2001, che lo ha escluso dai circoli finanziari internazionali. La Fregata Libertad, nave scuola della marina militare, è stata posta sotto sequestro dalle autorità giudiziarie di Thema, in Ghana. Motivo? Un fondo speculativo statunitense reclama il pagamento dei famigerati tango-bonds. Esatto, proprio quelli che, quando l’Argentina precipitò nella bancarotta, divennero carta straccia e bruciarono i risparmi di migliaia di investitori.

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