Di chi è la colpa del debito pubblico?

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I numeri sono da brivido. Siamo quasi a quota 2mila miliardi, abbiamo superato la soglia del 120% del Prodotto interno lordo. Il debito pubblico, tra alti e bassi, continua a crescere dal 1976. Allora eravamo al 54% del Pil, oggi assistiamo a una corsa che appare senza freni. Il che significa che lo Stato continua a spendere più di quanto incassa. E dovendo ripianare il deficit ricorre all’emissione di obbligazioni, accollandosi un bel corredo di interessi. E’ però da anni che i Governi in carica danno la colpa ai predecessori, senza per altro arrestarne la crescita.

Qualche giorno fa il ministro allo Sviluppo economico Corrado Passera al Meeting di Comunione e Liberazione, a Rimini, si è esibito in un interessante esercizio accademico. Se, negli ultimi vent’anni, la lotta all’evasione fiscale avesse permesso di recuperare ogni anno 100 miliardi, oggi avremmo azzerato il nostro debito. Vero. Cosa che spiega il lodevole impegno del Governo Monti contro l’evasione e l’elusione. Ma non mette il dito su un’altra piaga: la crisi economica ha falcidiato i redditi degli italiani e il gettito fiscale è diminuito. Lotta ai furbetti e austerity, con la compressione della spesa pubblica, non bastano a invertire la rotta se non si attua anche una politica dei redditi, se non si spinge con decisione sulla ripresa economica per dare ossigeno, insieme alla domanda interna, alle casse dello Stato.

Quasi mai si ricorda che tutti i Paesi maggiormente sviluppati dell’Europa hanno visto aumentare in maniera smisurata il loro debito pubblico a partire dagli anni Sessanta, vale a dire dal periodo in cui hanno cominciato a dotarsi di un welfare, con le grandi riforme che hanno riguardato l’istruzione, la previdenza, la sanità. In altre parole con la costituzione del cosiddetto Stato sociale. Una scelta di civiltà. Che tuttavia costa. La spesa pubblica si è impennata, le entrate non hanno seguito lo stesso andamento. I Paesi che hanno assistito a una crescita delle imposte più o meno vicina a quella della spesa oggi hanno un debito contenuto. I Paesi, come l’Italia, che per troppo tempo hanno incassato meno di quanto spendevano, oggi si trovano con l’acqua alla gola. Un fenomeno, in parte storico, che nessuno dei Governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni ha mai voluto seriamente affrontare.

Scarsa lungimiranza? Fatto sta che ci supera solo il Giappone. Oggi Monti è in guerra contro gli evasori, e un primo passo è fatto. Ma le fondamenta del welfare stanno scricchiolando, i redditi diminuiscono, la classe media rischia l’estinzione, il divario tra ricchi e poveri aumenta sempre di più, come la precarietà. Anni di gestione allegra dei conti rischiano di farci perdere buona parte di quello è stato conquistato. E l’austerity da sola, con la riduzione drastica della spesa pubblica, ha già dimostrato di non poter essere la panacea di tutti i mali. Il maledetto spread ha rimesso tutti sull’attenti, ricordandoci l’esosità degli interessi, il rischio di un ulteriore aumento del debito, che ha continuato a galoppare anche nel 2012, portandoci fin dove si può osservare da vicino lo spettro di un fallimento. Fine del tunnel nel 2013, hanno dichiarato le agenzie di rating, lodando l’azione di Mario Monti. Una spinta in più la si potrebbe dare rinunciando a una tipica tradizione tutta italiana: quella di chiamare furbo chi evade.

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