La “Donna Vampiro” di Venezia

I segni di esorcismo applicati ad una donna morta di peste alla fine del XVI secolo

Sono i primi resti documentati di un tipico rituale di esorcismo contro i vampiri, quelli rinvenuti in una fossa comune risalente al XVI-XVII sec. nell’isola del Lazzeretto Nuovo, a Venezia. I resti di una donna, con un mattone conficcato nella bocca, sono stati rinvenuti dal team diretto da Matteo Borrini, antropologo forense dell’Università di Firenze, che dal 2006 al 2007 ha condotto le ricerche antropologiche nell’isola del Lazzaretto Nuovo a Venezia. Il lazzaretto fu istituito nel 1498 con decreto del Senato della Serenissima, con compito di prevenzione dei contagi, chiamato “Novo” per distinguerlo dall’altro già esistente vicino al Lido dove erano ricoverati i casi manifesti di peste.
Nel medioevo, infatti, era diffusa la credenza che ci fosse uno stretto rapporto tra le epidemie di peste e i Vampiri, la pestilenza in particolare era associata ad un tipo di vampiro, il “Nachzehrer“ (Masticatore di sudario).
Secondo la credenza popolare dell’epoca il cadavere di questa donna, forse animato dal demonio, masticava nella propria tomba il sudario diffondendo, con una “magia postuma”, la peste. Uccise un certo numero di persone, e nutrita a sufficienza del sudario e dei cadaveri vicini, a quel punto sarebbe stata in grado di uscire dal sepolcro e succhiare il sangue dei concittadini. L’esorcismo sarebbe stato eseguito dai necrofori che, trovando casualmente la sua tomba nello scavare nuove fosse per gettare le ennesime vittime della peste, attribuirono a questa donna caratteristiche vampiriche perché il suo corpo apparve loro intatto, con la pelle rinnovata quasi fosse la muta di un serpente, il ventre gonfio dal sangue succhiato e il sudario nel quale era avvolta masticato. «Le caratteristiche presentate dal corpo della donna e da tutti i vampiri tramandatici negli antichi testi, da don Calmet a Philip Rohor a Micheal Ranfnt – spiega l’antropolgo Borrini – sono oggi spiegabili con normali processi di decomposizione cadaverica, dove i gas putrefattivi rigonfiano il ventre, favoriscono l’epidermolisi e il penetrare nella cavità orale del sudario che, inumiditosi e a seguito dei batteri presenti nella bocca, si decompone più rapidamente che altrove, creano l’immagine della masticazione».
Uno dei rituali di esorcismo tramandato dalle fonti, come il De Masticatione Mortuorum in Tumulis, consiste nel disseppellire il corpo, togliergli di bocca il sudario e sostituirlo con una manciata di terra, con una pietra, o con un mattone, per impedirgli di cibarsi del sudario stesso. In questo modo il nachzerer sarebbe morto di fame ed essendo la sua “masticatione” causa “magica” del diffondersi dell’epidemia, anche la pestilenza stessa sarebbe terminata.
Borrini, che oggi approfondisce gli studi sullo scheletro con il contributo di National Geographic, chiarisce perché, in alcune tradizioni europee, la peste fosse associata ai vampiri: «Durante le pestilenze poteva accadere, vista la massa di corpi da seppellire in spazi ristretti, che si intercettassero delle sepolture precedenti. Il cadavere poteva presentarsi non completamente scheletrizzato e la non conoscenza dei fenomeni di decomposizione favorì la mal-interpretaione dei tratti mostruosi del cadavere. L’accidentale fenomeno inspiegabile, il presunto vampiro, divenne facilmente causa del macro-fenomeno inspiegabile, la pestilenza, già altre volte attribuita a cause soprannaturali».
La nostra signora quindi è stata vittima della peste prima, e delle spietate credenze popolari poi.

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