Isis minaccia Roma, Usa, Australia ed Europa, c’è da aver paura?

L’Isis invita ad uccidere occidentali ovunque essi siano e in ogni modo. Dobbiamo avere paura o si tratta solamente di propaganda? Intanto parte una massiccia offensiva in Siria da parte di Usa e alleati arabi.

iraq cristiani in fuga

L’Isis, acronimo ormai tristemente noto dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, ha lanciato tramite il suo portavoce Abu Al Adnani un appello a uccidere occidentali, in particolare americani, europei, francesi, australiani, canadesi. “In tutti i modi possibili e immaginabili”.

La strategia comunicativa dell’Isis è nota, fatta di video dove i prigionieri, poi brutalmente decapitati, portano la divisa che ricorda quella dei carcerati di Guantanamo. Dove chi parla o assassina è bardato completamente di nero, con allo sfondo distese aride, spesso parla con chiaro accento inglese o americano per ottenere ancora più effetto sulle opinioni pubbliche di quei paesi (quasi a dire chi “vi combatte” non è un alieno, fa parte del vostro mondo). I video sono molto simili, in una ripetizione del gesto spietato che diventa quasi routine.

L’Isis e gli altri gruppi armati, compresi quelli della criminalità locale, hanno ancora numerosi ostaggi nelle loro mani. Padre Dall’Oglio, le due giovani Greta e Vanessa, il britannico Alan Henning già mostrato in video come prossima vittima. Ma ci sono ostaggi italiani anche in Iraq (Marco Vallisa, Gianluca Salviato) e Pakistan (Giovanni Lo Porto) in qualche caso in mano a gruppi affiliati ad Al Queda.

La strategia occidentale contro l’Isis è stata quella del bombardamento dall’alto con droni o aerei. Sono stati condotti raid da parte statunitense, inglese, australiana e francese. L’Italia si è limitata a un generico appoggio logistico, per i rifornimenti in volo.

Intanto la situazione nella parte nord dell’Iraq e della Siria è sempre più difficile; l’Onu ha parlato di molte migliaia di profughi curdi in fuga verso la frontiera turca (dove per altro i curdi non sono proprio visti benissimo).

La nuova offensiva di Usa e alleati arabi in Siria

Dalla scorsa notte è cominciata una forte offensiva statunitense appoggiata dall’aviazione di molti paesi arabi (si parla di Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi, Bahrein e Qatar) sul nord della Siria, in particolare su Raqqa considerata la “capitale” dello stato islamico, e in misura minore sulle province di Idlib e Aleppo.

Pare che gli alleati europei in questa prima fase non siano stati coinvolti: la Francia sembra che limiterà il suo intervento al solo territorio irakeno, mentre Australia e Gran Bretagna potrebbero associarsi alla nuova offensiva in Siria nei prossimi giorni.

Vedi anche: cosa sta succedendo in Iraq?

Il paradossale “riavvicinamento” Usa-Siria-Iran

Ai tempi dell’amministrazione di George W. Bush veniva chiamato “asse del male”. Erano quei Paesi ritenuti “sponsor” del terrorismo internazionale oltre che avviati alla creazione di armi di distruzione di massa. Siria, Iran, Iraq, Corea del Nord. Tutti questi paesi con gli Usa sostanzialmente da tempo non hanno rapporti o peggio hanno avuto relazioni direttamente “regolate” dalle armi.

La lotta “comune” all’Isis ha portato ad una parziale “apertura” tra la Siria di Assad, l’Iran e gli Usa. L’Isis è sunnita, l’Iran sciita, il regime di Assad interessato al suo contenimento. Che da quelle parti si sia tornati ad un flebile dialogo è già una piccola notizia.

Rischi reali per noi?

I rischi maggiori per gli occidentali sono rappresentati dai rapimenti: posto che il ministero degli esteri ha da tempo sconsigliato viaggi in Siria e Iraq e ha invitato gli italiani ivi presenti a tornare in patria è la stessa “tipologia” dei rapiti a mostrare le categorie più a rischio. Giornalisti, operatori umanitari, sono queste le “prede” che poi possono rappresentare un ricco bottino in termini di riscatto o a livello mediatico nelle loro terribili esecuzioni.

Un secondo rischio possibile è quello rappresentato dai cosiddetti “foreign fighters”, i combattenti stranieri. Si tratta di tutti quei cittadini europei che sono partiti dalle loro nazioni per combattere in queste zone.  Quasi sempre immigrati di seconda, se non terza generazione, raramente “nativi”, sono quelli che potrebbero una volta rientrati condurre azioni violente nella loro madrepatria. Dall’Italia non si sa bene quanti “combattenti” siano partiti: si leggono cifre tra le poche unità e qualche decina ma numeri certi a riguardo non ne abbiamo.

Un terzo elemento da considerare, guardando al recente passato, è il modo “fantasma” di procedere durante gli attacchi sul suolo occidentale. Chi dirottava i voli dell’undici settembre non aveva armi, se non piccoli taglierini. Chi fece gli attentanti a Londra e Casablanca non aveva posizionato esplosivi ma si era costruito delle bombe artigianali partendo da fertilizzanti e sostanze chimiche di uso “comune”.

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