Crisi Hong Kong: quali i veri motivi della protesta?

La crisi di Hong Kong ha portato migliaia di persone in piazza, tra cui molti giovanissimi. Cosa chiedono i manifestanti e perché c’entra… un lupo.

Crisi Honk Kong

La crisi di Hong Kong è arrivata all’ennesimo giorno di durissime proteste. Imponenti manifestazioni, tantissime persone in strada, occupazione delle piazze. Ma dalle nostre latitudini abbiamo capito le ragioni della protesta? Dobbiamo partire da un po’ di storia per comprendere un po’ meglio l’attualità di un Paese di cui probabilmente sappiamo molto poco.

Colonia britannica

Il colonialismo europeo aveva prodotto una politica di conquista e occupazione di ampi spazi di territori in giro per il mondo, dall’America del sud, all’America del nord, all’Africa, all’Asia e al Vicino Oriente. I secoli dal Cinquecento all’Ottocento sono stati quelli della corsa alla costruzione di Imperi globali e nazioni come Spagna, Inghilterra, Portogallo, Francia, Belgio, e a seguire per ultime Italia e Germania, ne erano le protagoniste.

A inizio Ottocento Cina e Impero Britannico erano impegnate in un conflitto militare (la guerra dell’oppio), perso dai cinesi, che furono costretti ad aprire alcuni loro importanti porti al libero commercio inglese e a cedere l’isolotto di Hong Kong.

Nel 1898 un successivo trattato poneva tutto il territorio di Hong Kong in concessione ai britannici per 99 anni. Questo rappresentò la fortuna economica della colonia che si trovò nei decenni a vivere uno sviluppo enorme, essendo pienamente inserita nel sistema capitalistico occidentale.

Per citare solo un dato economico: la Borsa di Hong Kong è oggi la settima al mondo, e questo per una città-stato di 7 milioni di abitanti è un dato estremamente sorprendente.

Il ritorno di Hong Kong alla Cina

Il 1 luglio 1997, finita la concessione, Hong Kong tornò ufficialmente sotto l’amministrazione cinese. Il suo statuto restò però particolare: fu organizzata come “Regione amministrativa speciale”. Questo permette oggi lo svolgimento di elezioni con veri partiti (quindi non come in Cina dove è presente il solo Partito Comunista): il sistema di nomina del governo però è un po’ meno democratico. Viene designato da una commissione di 1200 personalità delle professioni e corporazioni, metà di questa è eletta a suffragio universale, metà è di nomina delle corporazioni stesse. Ed è qui che secondo chi protesta arriverebbe la longa manus di Pechino che condizionerebbe il listino entro cui votare.

Il sistema giuridico è separato da quello cinese e molto vicino per ispirazione a quello britannico (si basa, ad esempio, sulle common law, sul diritto consuetudinario). Vige una legge fondamentale anch’essa di ispirazione inglese. Riassumendo: il sistema politico-amministrativo-giudiziario di Hong Kong è un ibrido dove però la Cina possiede un’importante margine di condizionamento, in particolare sull’Esecutivo.

Le motivazioni delle proteste

Chi occupa le piazze e manifesta ad Hong Kong chiede essenzialmente maggiore democrazia e più autonomia. Formalmente la protesta è rivolta in particolare verso l’attuale governatore Leung Chun-ying, ritenuto eccessivamente vicino alla Cina e del quale si chiedono le dimissioni. I manifestanti sono molto variegati per età ma sono importanti per numero gli studenti e i giovanissimi, anche solo 16 e 17enni.

Attualmente la situazione è caotica: si sono registrati nei giorni (e soprattutto nelle notti scorse) scontri in cui, pare, hanno partecipato anche membri delle triadi cinesi (8 sono stati anche arrestati). Spesso gli stessi residenti sono intervenuti contro i manifestanti, criticando i blocchi e invitando ad un ritorno alla normalità.

Leung Chun-ying, il governatore contestato

Il destinatario delle proteste è un personaggio davvero particolare: ha partecipato alla stesura della Costituzione di Hong Kong, è di umili origini, figlio di un agente di polizia. Pareva il perfetto simbolo di una svolta politica nella città: un personaggio poco legato elle èlites economiche, a loro volta legate con Pechino. E invece non sembra essere proprio così: Leung ha ora un bell’attico in un quartiere chic, per altro sembra anche edificato con qualche abuso edilizio.

Di lui si è criticato uno dei primi discorsi di insediamento fatti in mandarino invece che in inglese, per di più in un ufficio di rappresentanza del governo centrale cinese. Dal 2012 le sue qualità di astuzia gli hanno fatto meritare il soprannome di “lupo“, tanto che un pelouche dell’animale in vendita nei magazzini Ikea pare essere andato a ruba…

Trattativa?

Durante questa notte, riportano varie fonti tra cui Bbc e Cnn, il numero dei manifestanti è sensibilmente diminuito, così come i blocchi. Sono cominciati anche colloqui tra delegazioni di studenti, dei protestanti di Occupy Central e membri dell’amministrazione.

Per ora dal governo si sono promesse generiche riforme in senso democratico ma alla richiesta di far decadere Leung e di trovare un modo per rendere veramente e del tutto libere le elezioni del 2017 ancora non si è fatto cenno.

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